C’è una linea sottile che unisce tradizione, innovazione e territorio. È quella tracciata da Grisport in quasi cinquant’anni di attività. Ne parla il presidente Graziano Grigolato ripercorrendo le tappe che hanno trasformato un’azienda di calzature in una realtà manifatturiera con una forte vocazione internazionale. Presidente Grigolato, nel 2027 Grisport compirà cinquant’anni.
Qual è la decisione imprenditoriale che, guardandosi indietro, ritiene abbia cambiato la storia dell’azienda?
«Citerei due anni. Il 1989, quando è stato fatto il nostro primo investimento nelle macchine per iniezione diretta della suola su tomaia, ed il 1997, che ha visto la nascita della prima collezione “safety” per coprire un nuovo ramo del mercato calzaturiero».
In un mercato in cui molti delocalizzano la produzione, cosa significa continuare a produrre una parte importante delle calzature in Italia?È una scelta industriale, culturale o strategica?«È una scelta industriale, culturale e strategica. Tutti conoscono l’importanza, ma anche il prestigio, che ricopre il “Made in Italy” e, secondo me, acquistare un prodotto realizzato nel nostro Paese è uno tra i fattori presi in considerazione dal cliente. Supportando e credendo nel Made in Italy, grazie all’impiego di macchinari innovativi e selezionando materiali di alta qualità e sostenibili, abbiamo ottenuto nel tempo certificazioni e brevetti sulla nostra filiera».
Se dovesse descrivere Grisport non come un marchio di calzature ma come un’azienda manifatturiera italiana, quale sarebbe il suo tratto distintivo?
«Utilizzo di prodotti di alta qualità. Ottimo rapporto qualità-prezzo.Attenzione agli ultimi trend del settore».
Una scarpa è un prodotto apparentemente semplice, ma dietro ci sono decine di lavorazioni. Quanto è cambiato il processo produttivo negli ultimi dieci anni grazie all’innovazione tecnologica?
«Negli ultimi decenni la produzione delle calzature ha vissuto una profonda trasformazione, passando da un’artigianalità basata principalmente sull’abilità manuale ad un modello industriale ad alta tecnologia. Questo cambiamento non ha tolto il valore artigianale del prodotto, ma lo ha supportato con strumenti di miglior precisione, migliorando tempi, resa ed impatto ambientale».
Oggi si parla molto di automazione e intelligenza artificiale. Quanto possono incidere nella produzione senza perdere il valore dell’esperienza artigianale?
«Le nuove tecnologie, come ad esempio l’Intelligenza Artificiale, devono essere concepite come un “aiuto” nel nostro lavoro e non come qualcosa che sostituisce fantasia e creatività, elementi essenziali per un’azienda calzaturiera».
Qual è la sfida più difficile nel progettare di una scarpa tecnica: innovare i materiali, migliorare il comfort o interpretare le esigenze di un consumatore che cambia in fretta?«Tutte e tre le cose. La nostra azienda, monitorando quotidianamente gli ultimi trend nel mondo della Moda e soprattutto in quello delle calzature, è sempre al lavoro per trovare e sperimentare materiali che si dimostrino leggeri, resistenti e duraturi. Il comfort, al tempo stesso, dev’essere garantito su ogni tipologia di scarpa: da quella della Linea “City”, per la vita di tutti i giorni, alle collezioni “Outdoor”, per gli amanti dell’avventura, senza dimenticare il settore antinfortunistico. Anche in quest’ultimo, poi, si registrano dei “desiderata” da parte dei clienti, ovvero quello di possedere una calzatura che somigli sempre di più ad una sneaker da città».
Negli ultimi anni il confine tra scarpa outdoor e scarpa da uso quotidiano si è fatto sempre più sottile. È un cambiamento destinato a consolidarsi?
«Sì, il cambiamento è destinato a consolidarsi e sta già abbracciando anche il settore antinfortunistico. Le calzature, siano esse destinate all’Outdoor o al Safety, essendo indossate per la quasi totalità della giornata, devono avere caratteristiche che più si avvicinano alle sneaker da città».
Che cosa chiedono i consumatori rispetto a 10 anni fa? Più prestazioni, più sostenibilità o più versatilità?
«Il cliente amante della montagna è più propenso a chiedere una calzatura performante, valutando elementi come comfort, resistenza e durabilità. La sostenibilità, però, è un elemento che non può non essere preso in considerazione.Grisport già da 4 anni, produce la Linea “Eco 3P”: calzature rispettose dell’ambiente costituite da materiali riciclati ed ecosostenibili su parte della tomaia esterna, fodera interna, laccio, soletta interna ed inserto suola. Il packaging in cui è contenuta la scarpa è al 100% riciclato e riciclabile con un sistema brevettato per diminuire l’ingombro».
Esistono differenze significative tra i mercati internazionali e quello italiano nelle aspettative verso un marchio come Grisport?
«Il marchio Grisport è molto conosciuto nei mercati internazionali, forse più del mercato italiano. L’export, per noi, infatti, rappresenta il 70-75% del totale vendite di Grisport».
Il settore manifatturiero fatica spesso ad attrarre giovani. Come si costruisce oggi un ricambio generazionale all’interno di un’azienda come la vostra?
«Il ricambio generazionale è un punto fondamentale per la continuità delle aziende del nostro settore. Non è semplice attrarre il giovane in questo settore, ma vediamo che, se si riesce a farlo, può contribuire nel portare novità importanti, nuove idee e punti di vista».
Quanto conta il capitale umano in una fabbrica sempre più tecnologica? Ci sono competenze che nessuna macchina riuscirà a sostituire?
«Conta moltissimo, perché non importa quanto un’azienda sia avanzata nel campo dell’automazione: essa avrà sempre bisogno di capitale umano. La creatività strategica posseduta da un determinato Team, la sua adattabilità in caso di insorgenza di uno specifico problema, ma anche i risultati raggiunti dall’affiatamento, coesione ed empatia che si vengono a creare».
Qual è il consiglio che darebbe oggi a un giovane che vuole entrare nel mondo della manifattura?
«Dimostrare sin dal primo giorno. Mettere in mostra la propria voglia di fare, di apprendere, ma anche farsi vedere curiosi e disponibili nei confronti degli altri».
Oggi la sostenibilità è spesso raccontata attraverso slogan. Quali sono invece gli interventi concreti che un’azienda può mettere in campo senza limitarsi al marketing?
«Nella produzione Grisport esprime tutta la sua “anima green”. Dalla raccolta differenziata, riguardante tutti gli scarti di produzione alle scatole create con un particolare sistema brevettato. Automontate per diminuire al minimo l’ingombro sul trasporto, questo sistema permette di risparmiare circa 400 camion all’anno. L’azienda, inoltre, si può definire un vero e proprio stabilimento “green”: vanta una superficie produttiva di 74.000 m2 e 5.300 m3 di pannelli fotovoltaici. La potenza complessiva è superiore ai 660.000 kwh/anno, mentre la produzione energetica totale è di 840.000 kWh l’anno. Tutto ciò permette a Grisport di non emettere nell’atmosfera 500 tonnellate di CO2 ogni anno. La scelta di impiegare oltre 700 mq di verde sul tetto ha il triplice scopo di mitigare l’impatto visivo, generare un processo di pulizia dell’aria e trattenere quasi 14 litri di acqua per metro quadrato».
Quanto pesa oggi la responsabilità di un’impresa nei confronti del territorio in cui è nata e continua a operare?
«Per noi è una cosa fondamentale. È un intreccio di responsabilità economiche, sociali, ambientali e culturali. Le persone che lavorano all’interno della nostra azienda sono tutte “locali” che vivono a pochi chilometri dalla sede. Abbiamo.Inoltre, contatti continui e collaborazioni con enti locali e benefici».
Il 2026 porta molte novità di prodotto, ma quale sarà la vera sfida di Grisport nei prossimi cinque anni?
«Nel 2026 abbiamo presentato il nuovo progetto “Devisal by Grisport”, una collezione di sneaker per la città, ma anche una nuova calzatura per gli amanti del Running (e dello Sport in generale) e lo scarponcino per l’Outdoor della Linea “Walker”. Nei prossimi 5 anni una tra le più grandi sfide sarà quella di arrivare a produrre una calzatura “su misura”, creata seguendo i desiderata dei clienti».
Il cinquantesimo anniversario rappresenta un punto d’arrivo o l’inizio di una nuova fase? Come immagina Grisport nel 2035?
«Io, ma nemmeno i miei dipendenti, ci sentiamo “arrivati”. Viviamo ogni giorno con l’obiettivo di raggiungere nuovi traguardi, passo dopo passo. Tra 9 anni mi auguro che la mia azienda si sia espansa ancora di più nel mondo, rimanendo fedele ai dettami che ho sempre rispettato: materiali di alta qualità e ottimo rapporto qualità-prezzo».
Se potesse lasciare un’eredità imprenditoriale oltre ai numeri di bilancio, quale vorrebbe fosse?
«La passione che ho messo, con mio fratello Mario, dal 1977, anno di fondazione di Grisport. E l’atmosfera che si è sempre vissuta, ovvero quella di una grande famiglia invece che un “semplice” posto di lavoro».
Se tra dieci anni un cliente dovesse descrivere Grisport con una sola frase, quale spera che sia?
«Ho sempre amato le calzature Grisport: mi hanno accompagnato durante tutta la mia vita, sia per un’avventura fuori porta che nella vita di tutti i giorni».
