"L'Italia? Mai sentito straniero. Ma ora mi manca il palco"

Inglese di origine russa, è arrivato ai tempi della "beat generation". E a 78 anni pubblica un altro album: "Non si smette di essere creativi"

"L'Italia? Mai sentito straniero. Ma ora mi manca il palco"

La sua è stata una vita da romanzo, affollata di viaggi e persone, cose, tanta musica, teatro e cinema. A conti fatti, quasi sessant'anni di spettacolo nel Belpaese e in giro per il mondo. Con un Pantheon di incontri da far venire il mal di testa a snocciolarli a uno a uno, tutti. Come autore ha scritto per Mina, lanciato i Decibel, recitato in «Jesus Christ Superstar» versione musical, nella parte del sommo sacerdote Caifa. Le grandi collaborazioni, da Quincy Jones a Paco De Lucia. Una vita a dir poco poliedrica. Sempre «ribelle».

Lui è il britannico Shel Shapiro, oggi di nuovo in pista con la sua chioma bianca, un po' da pirata, al principio frontman dei Rokes, che ai tempi si contese con L'Equipe 84 e i Camaleonti il titolo di principale band del beat italiano. Classe 1943, Shel il prossimo 16 agosto compirà «solo» 78 anni. «Solo» perché ha l'energia e la favella di un ragazzo. Progetti da vendere, l'ultimo appena decollato, un nuovo disco. Stavolta c'entra pure Dio.

Shapiro, l'inarrestabile: giusto definirla così?

«Già, non mi sono mai fermato. Ora, l'ultimo mio divertissement è quello di rifare i vecchi pezzi. Ripescare dal mio patrimonio».

Poi?

«Ho fatto cinema e teatro. Un video sulla Costituzione con la regia di Marco Risi. E non voglio dimenticare l'album dello spettacolo Sarà una bella società».

Ma ha ancora messaggi da lanciare?

«Ho molte cose da dire. Voglio comunicare a tutti che dentro di me c'è ancora della bella musica. E che, in genere, non c'è un limite di età alla creatività».

Certo che, data la situazione, ci vuole un bel coraggio a pubblicare ora...

«Stare fermi a volte può essere un po' come morire, non respirare. Non vedo l'ora di salire sul palco, di fare le prove con il gruppo. Una parte integrante della mia vita, nonostante tutto».

In effetti la pandemia ci sta cambiando, o no?

«O ci sta cambiando o stiamo cambiando noi, per adattarci. Altrimenti è una gara all'autodistruzione. Sono molto preoccupato per la stupidità di alcune persone che continuano a pensare che questa cosa sia una passeggiata».

Per il dopo che cosa vede?

«In un primo momento ho pensato che questa crisi avrebbe fatto crescere la passione verso il prossimo, già vedevo in giro diversi Nobel per la Pace. Ora mi viene il dubbio che alla fine stia succedendo il contrario».

Ci sarà l'agognato «nuovo rinascimento», come nei suoi anni Sessanta del Novecento?

«Non ho la palla di vetro. Come per tutti i ragazzi, i miei anni Sessanta sono stati una grande gioia, di scoperta della libertà, la sua conquista. Ricordo l'entusiasmo per l'apertura del Piper di Roma, il 15 febbraio del 1965».

Stesso «gioco» per i decenni successivi...

«Ho passato gli anni Ottanta a fare avanti e indietro da Miami e dal Messico. Producevo cantanti latinoamericani come José Luis Rodriguez. E ancora Emmanuel, che in Messico vendeva un mondo di dischi».

Lo spettacolo continua...

«Negli anni Novanta ho visto che è stato messo a fuoco un sistema che prima era stato appena accennato. Un periodo nel quale si è preferito viaggiare sulla superficie, rinunciando ad approfondire le cose».

Risultato?

«Un mondo della serie facciamoci fuori da soli».

E siamo già nel nuovo Millennio...

«Nel Duemila avevo figli che stavano crescendo. Negli anni precedenti ho vissuto in Francia con i miei figli che si chiamano Pietro, Ginevra e Malindi».

Tanti viaggi, molte case: c'è stato un imprinting familiare?

«Chiaro che essendo figlio di ebrei provenienti dalla Russia, forse con me è continuata una specie di diaspora. Non ho mai avuto la sensazione di essere un migrante».

Antisemitismo, mai capitato nulla?

«Magari ci sono stati episodi, non in modo da farsi notare, tanto da dire e va beh..., adesso che cosa facciamo?».

Insomma niente conflitti, neppure in casa coi genitori?

«Mia mamma, Florence, tutti la chiamavamo Honey. Altro che conflitti: lei con me è stata fantastica, soprattutto nel periodo dell'adolescenza».

Cosa è successo?

«Vivevamo nei sobborghi di Londra. Sono stato buttato fuori di casa da mio papà, Louis, che mi ha preso a calci nel sedere. Ho dovuto andare a lavorare e trovarmi una stanza dove stare».

Diciamo che si è trattato di un tipico scontro generazionale...

«Non proprio, avevo cominciato a lavorare con lui, che aveva una società di import-export, e mi aveva dato un'auto per fare il commesso-viaggiatore. Non ero bravo a guidare, ho fatto un incidente».

Da qui l'espulsione?

«Sì, e tutto sommato mi è andata bene. Ho trovato un posto di lavoro in un negozio di Piccadilly che vendeva vestiti costosissimi. Un posto di lusso, anche se non prendevo tanti soldi».

Vita grama...

«Non dimentico il buio dell'alloggio in cui stavo. Mi è rimasto un trauma. Tanto che dai 22 anni ho sempre lasciato le luci accese, anche dopo essere uscito di casa».

Tutto questo che c'entra con la mamma?

«Lei a un certo punto ha sottoscritto delle cambiali per aiutarmi a comprare il primo amplificatore per la chitarra. Senza dire niente a mio papà, con cui ho riscoperto un rapporto verso i 26 anni. Quando ho avuto successo qui in Italia».

Da lì in poi la scalata: adesso l'album «Non dipende da Dio». Un lavoro autobiografico?

«Sì e no. Il titolo è come la penso io, come del resto milioni di persone. Nella vita siamo noi a decidere, a determinare come siamo e che cosa ci succede. La realtà non dipende da un pensiero spirituale, dalla quotidianità».

E la fede?

«Come sono superstizioso, non sono non credente. Sento di avere davanti un punto interrogativo».

Una domanda enorme...

«Finché non muoio sono immortale. Sono una persona determinata, mi guardo intorno per rendermi conto e non per approfittare. Davanti alla moltitudine della mia vita».

In questi anni migliaia le persone conosciute.

«Sì tanti, tantissimi. E ci sono stati incontri straordinari. Per esempio quello con il chitarrista spagnolo Paco de Lucia, siamo stati in studio a lungo io e lui, e nessun altro. Anche il giornalista e scrittore Edmondo Berselli, morto da qualche anno, mi ha colpito; è stato un uomo geniale, che ha scritto per me lo spettacolo Una bella società. Poi, tra le persone con cui ho lavorato, non possono non parlare di Quincy».

Parla di Jones...

«Sì proprio lui, il grande compositore e produttore americano Quincy Jones. Con lui lavorare è stato memorabile. Facevo il produttore e lui l'arrangiatore. Quella volta alla batteria c'era Tullio De Piscopo, avevamo il meglio in studio. A ogni cambiamento musicale chiedeva pareri agli altri. Ha sempre condiviso».

Star italiane?

«Mia Martini, la voce per definizione. Patty Pravo ovvero la diva per eccellenza. Sia Mimi sia Nicoletta, tutte e due amiche».

Chi manca all'appello?

«Direi Mina, di lei notavo la statura. Prima ancora di cantare ti aveva già conquistato solo con la sua presenza».

Compagni degli esordi?

«Con Rita Pavone abbiamo cominciato insieme. Lei aveva 16 anni e io 18. La ricordo agli esordi circondata da mamma e papà, dalla sua famiglia. Noi arrivavamo e suonavamo e via».

Che rapporto ha avuto con il cinema?

«Mi sono divertito, per esempio, con il regista Mario Monicelli in Brancaleone alle crociate. E a volte, devo dire, la vita è proprio come quel film, e per fortuna aggiungo. Perché se ogni tanto non ci fosse un po' di casino tutto sarebbe più noioso...».

Gli incontri sul set?

«Mi sembra di rivedere Cochi e Renato. Ci siamo incontrati durante le riprese della serie tv Nebbia in Valpadana del regista Felice Farina, con cui sono rimasto amico. Solo una volta sono andato a mangiare da Renato Pozzetto, che aveva un grande camper».

Tra i suoi titoli, come produttore il film «Tutte le strade portano a Roma», ma è poi vero?

«Un film carino, ma non è la Dolce vita. Però lavorare con Sarah Jessica Parker l'ho trovato emozionante».

La politica?

«Ai tempi mi sono iscritto al partito radicale come segno di solidarietà verso Pannella. Un gesto di solidarietà. Stavano percorrendo una strada non comune, direi».

Conoscenze?

«Rita Levi Montalcini. Erano gli anni Ottanta e volevo organizzare in piazza Duomo un concerto tipo il Live Aid».

Chissà quanti fan.

«Mi vengono in mente a parte il regista Risi, l'autore per la tv Antonio Ricci, i giornalisti Antonio Di Bella e Clemente Mimun, e il sindacalista Guglielmo Epifani».

Vede bene la politica attuale?

«Draghi è stato bravo alla Bce. Un'opinione su di lui l'avrò fra qualche mese. Trovo che pure Giuseppe Conte sia stato bravo a gestire, almeno fino a un certo punto, una situazione assolutamente nuova e sconosciuta».

Palla di vetro: il futuro?

«Bisogna trovare una unità sul concetto di migliorare. Per me, che sono un cantante, è come avere successo oppure no. Come Paese abbiamo la grinta e l'intelligenza per farcela».

Il passato più duro? Quello dei periodi difficili?

«Un passato recente: da marzo a giugno 2020, è stato un limbo, un periodo anti-creativo per eccellenza. Vivo in un paesino della Liguria, quando portavamo fuori il cane Pancho, c'era il deserto. Mia moglie che insegnava danza classica, poi istruttrice di Pilates, ha dovuto chiudere tutto».

Si è scesi al minimo, il suo massimo?

«A parte i figli che metto al primo posto, ho avuto molte cose riuscite e positive nella vita. Mi basta ricordare Shylock in teatro con Moni Ovadia. Non ho mai prodotto cose in cui non credevo».

«Ci salverà l'amore...», recita una sua canzone.

«L'amore ci aiuterà nella salvezza. Nella mia vita ha un posto importantissimo. Intanto è il motivo per cui sono rimasto in Italia, insieme - ma dopo - al lavoro. Quello che ti àncora è una persona».

Shel Shapiro a casa?

«Da giovane avevo l'idea di cucinare. Adesso il mio piatto forte è uova col bacon. Mi piace rilassarmi leggendo, in questo momento sto finendo Una terra promessa di Barak Obama». Inoltre sono appassionato di letteratura».

La sera un bel film, o no?

«Certo, io non ho una pellicola del cuore, ne ho 37. Un film preferito è un film che ti cambia la vita».

Cambiare vita?

«Questo è già in atto. Un cambiamento epocale che possiamo intitolare Il proseguimento del mondo. Succederà che torneremo a guardarci senza paura, senza inquietudine e magari con un sorriso che dimostrerà la nostra ritrovata sicurezza».

Messaggio per i giovani.

«La mia generazione, in generale quelle più vecchie, non devono avere la presunzione di dare messaggio ai giovani. Che devono trovare la capacità di auto-determinare dove stanno andando. E questo non dipende da Dio».

Che cosa ha capito della vita?

«Ho capito tutto. Ma non lo dico a nessuno, perché è il mio segreto».