Si può dire senza tema di smentita. Per nessun altro attore italiano è mai stato fatto nulla del genere. Per trovare qualcosa di simile al Bud Spencer Tribute la tre giorni al parco giochi di Cinecittà World, dal 26 al 28 giugno, per i 10 anni dalla scomparsa di Piedone lo Sbirro (avvenuta a Roma il 27 giugno 2016) bisogna citare i raduni dei fan degli eroi dei fumetti o dei cartoon. Il che spiega molto: Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, è stato più che un attore, più che un personaggio. È stato - ed è - un fenomeno pop. Ne sa qualcosa suo figlio, il produttore Giuseppe Pedersoli.
Com'è nata l'idea di questo tributo?
"Volevamo offrire qualcosa di speciale agli innumerevoli fan che continuano ad amare mio padre. Pensi che in Germania da ventidue anni si svolge lo Spencer Hill Festival: l'ultimo in Turingia ha riunito trentamila appassionati. Così a Cinecittà World avremo i ricordi di colleghi di papà, show western, di wrestling e di stuntmen, concerti come quelli degli Oliver Onions, autori delle più popolari colonne sonore dei suoi film".
Ex campione di nuoto (primo italiano sotto al minuto nei 100 stile libero), arrivato al cinema senza alcuna vocazione, e infine insignito nel 2010 del David di Donatello alla carriera. Com'è stato possibile?
"Il caso, il destino, la fortuna. Il cinema non lo attraeva affatto. E sì che suo suocero era Peppino Amato, il produttore di Ladri di biciclette e La dolce vita! A girare il primo film, che avrebbe dovuto essere anche l'ultimo - Dio perdona, io no, dove conobbe Terence Hill - lo convinse mia madre. E lui, abituato al riserbo dell'atleta e alla vita comoda dei Parioli, se ne vergognava anche un po'".
Nato come pellicola di serie B, Lo chiamavano Trinità inventò un genere, che esplose in tutto il mondo.
"Sì, perché usava i codici del western all'italiana, ma volgendoli in chiave comica. Una rivoluzione. Siccome non c'erano morti né sangue, nessuno voleva produrlo. Solo Italo Zingarelli, intuendone le potenzialità, ebbe il coraggio di rischiare. Quei western non ambivano al mercato nazionale: uscivano solo localmente. Fu il passaparola fra i giovani, a sbancare il botteghino. La gente era impazzita. C'era chi, con un solo biglietto, si fermava a rivederlo due, tre volte. E i film di Trinità incassavano il doppio di quelli di 007".
E al posto di pistolettate o massacri, le celeberrime, inoffensive scazzottate.
"Che erano coreografate come si fa con i balletti, dal maestro d'armi Giorgio Ubaldi. Ogni schiaffone, ogni singolo cazzotto esattamente calcolati. Per un minuto di montato ci voleva una giornata di lavoro; per la scazzottata intera quindici giorni. E da ex atleta, nonostante i suoi cento chili, papà si destreggiava con leggerezza".
Quando non condannò i suoi film, la critica li snobbò.
"Ma avevano un successo tale che non credo se ne sia mai crucciato. I miei amici Sordi, Manfredi, Tognazzi sono attori veri - diceva - Io sono solo un personaggio. Per questo, quando Ermanno Olmi lo volle in Cantando dietro i paraventi, chiese che nei titoli apparisse il suo vero nome: Carlo Pedersoli".
Molti, specialmente i bambini, pensano che nella vita Bud Spencer fosse come sullo schermo. Era così?
"Recitava con tale naturalezza da rifare, in fondo, sé stesso. Questo la gente lo intuiva, e per questo gli voleva bene. A 85 anni la sua mente era quella di un ragazzo di 20. Fra me e lui il più anziano ero io".
Da bambino lei s'è mai vantato di essere il figlio di Bud Spencer?
"Non ci facevo il fanatico. A pensarci bene, m'inorgoglisce di più oggi".