Ricordi di un viaggio in Italia: la testimonianza di Liu Qiong

Da molto tempo alberga nel mio cuore il desiderio di andare in Italia. E all’inizio questo sogno aveva a che fare solo con l’acqua

L’estate scorsa uno studente che conosco ha fatto il suo primo, lungo viaggio da solo, portando con sé un album per i suoi schizzi. Gli ho chiesto quale sarebbe stata la sua destinazione e mi ha detto che il luogo dove desiderava maggiormente andare era l’Italia, però, per motivi di tempo, è andato in Serbia dove i turisti cinesi possono viaggiare senza obbligo di visto. Qualche giorno fa, parlando del corso di progettazione architettonica che in futuro vuole frequentare, ha affermato che il Politecnico di Milano è una delle università più famose per i corsi di architettura. Sembra proprio che lui abbia da sempre un sogno nel cassetto: andare in Italia, famosa per l’architettura e per il buon cibo, ma anche per il calcio italiano che lui ama.

In realtà anche nel mio cuore, io sono la madre di quel ragazzo, alberga da molto tempo il sogno di andare in Italia. All’inizio, questo mio sogno aveva a che fare solo con l’acqua. Le persone della mia generazione e i nostri predecessori hanno conosciuto il mondo circostante e i luoghi lontani principalmente attraverso le opere letterarie, ancor più che attraverso le immagini. Ad esempio, la prima volta che cominciai a conoscere un po’ meglio l’Italia fu grazie all’articolo “Venezia” di Zhu Ziqing, che era inserito in uno dei libri di testo cinesi delle scuole superiori. Non ci sono molti scrittori cinesi moderni e contemporanei che sono stati ricordati per lungo tempo per via della scrittura di prosa, tuttavia Zhu Ziqing può essere classificato tra i primi cinque, grazie ad alcuni dei suoi scritti più significativi: “La luce della luna nello stagno di loto”, “Una vista della schiena di mio padre” e “Venezia”. Queste tre opere in prosa sono un esempio di buona creazione artistica, e sono in grado di arrivare dritte al cuore dei lettori.

L’articolo “Venezia” fu da lui scritto nel 1932. Zhu Ziqing è un esteta tra gli scrittori, ha una buona capacità di osservare e creare immagini ed è dotato di grande creatività, oltre a possedere un linguaggio accurato e vivido. È bravo soprattutto nelle analogie. Ad esempio nel descrivere Venezia, un luogo straniero e lontano, usò un’immagine familiare per i cinesi, quella dei villaggi sull’acqua del Jiangnan, la regione a Sud del Fiume Yangtze, grazie alla quale potei farmi una prima idea molto netta su Venezia. “Il Grande Canale a forma di S al contrario che attraversa Venezia è la strada principale. I quattrocento diciotto piccoli corsi d’acqua che vi scorrono di lato sono i vicoli. I vaporetti, come gli autobus, viaggiano lungo la strada principale. La ‘gondola’ è un tipo di sampan veneziano con un remo montato posteriormente e va ovunque”.

“Di notte, passeggiando lungo la riva del fiume, vicino a Piazza San Marco, si vedono delle lampade sferiche di carta rossa e verde sulla superficie dell’acqua. Sono le barche dove vengono cantate le serenate. Noleggio una gondola, la remiamo e ci fermiamo accanto a una di quelle barche che si trova in mezzo all’acqua con le gondole allineate su entrambi i lati, ondeggianti nelle increspature come due ali”. “La scena ricorda, in qualche modo, quella del fiume Qinhuai di alcuni anni fa”. Quindi, per lungo tempo ho pensato che Venezia fosse uguale a Suzhou. E, a quanto pare, lo pensano anche gli abitanti di Suzhou. Quando l’antica città di Suzhou ha presentato richiesta per essere inclusa nella lista del patrimonio mondiale, lo ha fatto presentandosi come la “Venezia d’Oriente”. Lo stile di vita della vecchia città di Suzhou è ormai cambiato e non ci sono più le signore che remano, però le gondole a Venezia sono ancora attive sul canale, come avveniva in passato.

Ridurre le distanze e rendere familiari le cose straniere rientra nelle funzioni e nelle caratteristiche della comunicazione linguistica
e testuale. Infatti, già nel 1299, agli inizi della dinastia Yuan, nel mondo europeo cominciò a circolare “Il Milione”, che descrive in maniera dettagliata, in forma di appunti di viaggio scritti da un uomo d’affari veneziano di nome Marco Polo, la storia, la cultura e l’arte cinesi della dinastia Yuan. Secondo la descrizione del libro, durante il periodo di Kublai Khan, il primo imperatore della dinastia degli Yuan, il protagonista - che nel testo parla in prima persona - seguì suo padre e suo zio. Partirono da Venezia, attraversarono il Mar Mediterraneo e poi il Mar Nero, passando per la Mesopotamia, fino ad arrivare a Baghdad e all’estuario del Golfo Persico. Giunti allo Stretto di Hormuz, si diressero a Est, attraversando il deserto iraniano e l’altopiano del Pamir, fino ad arrivare nel Xinjiang, in Cina. Poi attraversarono il Gansu, Xanadu, giungendo fino a Beijing e alla regione del Jiangnan.

Per gli occidentali tutti questi sono paesaggi esotici orientali. Meno di sei mesi dopo dalla sua pubblicazione, il libro si diffuse in Italia e, in seguito, fu tradotto in molte lingue e circolò ampiamente nel resto dell’Europa. I vari paesaggi orientali descritti dal libro aprirono una finestra verso l’Oriente, nel mondo europeo si scatenò una sorta di “febbre per l’Oriente” che influenzò persino lo sviluppo di nuove rotte marittime. Da diversi anni a questa parte, gli studiosi si interrogano per capire se Marco Polo sia stato veramente in Cina. Questi studiosi sono giunti alla conclusione che non è veramente importante, in realtà, se quest’uomo d’affari veneziano sia esistito davvero o se sia stato effettivamente in Cina: l’importante è che questo diario di viaggio abbia fatto conoscere, sotto forma di racconto, la cultura
e l’arte cinesi di quel tempo agli europei.

Ciò ha fatto sì che i due estremi del mondo si avvicinassero. Pertanto, è possibile capire perché i cinesi, me inclusa, abbiano sempre provato un sentimento speciale e profondo per il nome “Marco Polo”. Lasciando da parte le epoche più remote, negli ultimi dieci anni ho visto non meno di cinque opere, balli e drammi che prendono il nome da “Marco Polo”. Il Ministero dell’Istruzione cinese e quello italiano hanno anche avviato un piano di formazione chiamato “Marco Polo”, che è appositamente progettato per gli studenti cinesi che studiano presso università italiane. Curiosamente, in un negozio di Beijing ho perfino visto delle piastrelle chiamate “Marco Polo”. Un commesso del negozio mi ha detto che il posizionamento delle piastrelle prodotte da questo marchio è “piastrelle artistiche”. Ovviamente si tratta di un marchio nato in Cina. Tuttavia, da ciò si può vedere come, nella percezione dei cinesi, l’Italia sia sinonimo di arte.

Dove c’è l’acqua, il carattere delle persone è relativamente sensibile, il che favorisce la formazione degli artisti. Questo è vero a Suzhou, come in l’Italia. Sin dal Rinascimento l’Italia è conosciuta come culla dell’arte. Vi nacquero innumerevoli maestri di pittura, scultura, architettura e musica, e sempre in Italia questi artisti ricevettero grandi onori. Gli artisti italiani, che eccellono nelle creazioni artistiche, hanno trasformato l’Italia nella patria mondiale della moda, con ogni tipo di design e mode che da Venezia, Firenze, Roma e Milano si diffondono nel resto d’Europa e persino in Asia e in America. L’Italia è un Paese da sogno per gli artisti e i designer di tutto il mondo e, tra di loro, c’è anche chi ritiene che un artista o un designer debba necessariamente andare in Italia almeno una volta nella sua vita. Io non sono un artista, né tantomeno una designer, ma voglio lo stesso andare in Italia almeno una volta. Vorrei soprattutto andare a Venezia, la città costruita sull’acqua. Molte città in Europa hanno un proprio peculiare stile artistico, come Vienna. Quando mi recai alla Golden Hall di Vienna con la China Radio and Film Symphony Orchestra, nel 2000, andai anche a Salisburgo e Parigi. Era la prima volta che mettevo piede in Europa continentale.

Stranamente, sono stata in queste città più volte, ma non mi sono mai recata in altri luoghi vicini come le città italiane. Così ho fatto una promessa a mio figlio adolescente. Dopo che l’Italia avrà sconfitto l’epidemia, quest’anno o l’anno prossimo, andremo insieme in Italia. Lui andrà a vedere le partite di calcio, le sfilate di moda e guarderà gli edifici per ammirare i diversi stili architettonici. Io andrò a guardare l’acqua, a mangiare il tiramisù e in giro per mercati. Voglio andare in Italia, la cucina è un motivo importante. Per una persona che mangia con serietà, il buon cibo è spesso un fattore chiave per decidere se andare e rimanere o meno in un luogo. Le persone a cui piace mangiare sono spesso ottimiste di natura e sanno elevare il cibo da semplice prodotto necessario a soddisfare un bisogno fisiologico a un livello estetico, trasformando l’atto di mangiare in un vero godimento: una nazione senza un senso artistico non può farlo. Vicino al mio ufficio è stato aperto un nuovo ristorante italiano della catena Annie’s.

A volte lo chef esce dalla cucina e va in sala: è dolce, innocente, gentile e sforna giornalmente pane e pizza italiani tipici. Il ristorante in questione è chiuso dalla Festa di Primavera, perché lo chef non è ancora rientrato dall’Italia. Ricordo che molti anni fa, probabilmente poco dopo aver conseguito la laurea magistrale, un’amica dello stesso dipartimento della mia università ha partecipato al programma di formazione linguistica del Ministero dell’Istruzione cinese e mi ha chiamato per chiedermi quale lingua dovesse scegliere. “L’italiano”, le ho consigliato senza esitare un secondo. Anni dopo, è diventata co direttrice per la parte cinese di un Istituto Confucio in Italia.

L’autrice è Vicedirettrice del dipartimento delle arti del Quotidiano del Popolo. Vincitrice del Premio letterario Yuhua e Premio di prosa Baoren. Autrice dei libri Nie Er: breve ma eterno, Sulla strada per Zhaji e Zia.

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