Il “caso Garlasco” bisognerebbe chiamarlo semplicemente “il Caso”. Non solo perchè ha assunto una predominanza incontrastata e insuperabile nel vasto novero delle tragedie offerte alla narrazione della cronaca nera, ma perchè proprio il Caso - inteso come combinazione accidentale di fatti, persone, comportamenti - ha potuto produrre una vicenda di una complessità tale da rendere possibile che alla fine una soluzione non ci sia; e probabile, forse addirittura certo, che qualunque soluzione arrivi non metta fine ai dubbi e alle contrapposizioni (spesso fuori controllo, spesso campate in aria) viste nell’anno e mezzo seguito alla riapertura delle indagini,
La verità la sanno solo due persone, e una di loro non può raccontarla: Chiara Poggi, assassinata dopo essersi disperatamente difesa (ma questo lo abbiamo scoperto solo ora) dall’individuo di sesso maschile entrato da solo (questa invece è una certezza che le nuove indagini hanno confermato) nella sua casa di Garlasco la mattina del 13 agosto di diciannove anni fa. L’assassino sa, ma non parla. E a rendere tutto il resto inestricabile è stato lui, il Caso. Che domina la scena già a partire dai minuti precedenti alla morte di Chiara, quando l’assassino attraversa le strade deserte di Garlasco senza essere visto da nessuno. Siamo nel cuore dell’estate, ma Garlasco è piena di gente che non si fa i fatti suoi. Di vecchie come la Bermani, che prenderà nota scrupolosa dell’orario in cui vede una bici nera appoggiata su casa Poggi, la mattina del 13 agosto in paese ce ne sono altre, a sbirciare dietro le persiane. Eppure nessuna vede l’assassino attraversare il paese, bussare o scavalcare. Come è possibile? Il Caso, solo il Caso. L’assassino esce, coperto di sangue, e nessuno lo vede. Caso, solo caso. All’una il fidanzato di Chiara, Alberto Stasi, lancia l’allarme: e anzichè un carabiniere normodotato si presenta a casa Poggi una brigata di dilettanti che devasta sempre la scena del crimine, e anche qui è tutta colpa del Caso, perchè a cercarlo con il lanternino non si sarebbe trovato in Italia un reparto dell’Arma in grado di compiere un disastro simile. Poi Stasi viene assolto due volte, la Cassazione ordina un nuovo processo, e il Caso fa di nuovo irruzione: perchè il fascicolo non arriva sul tavolo di un procuratore generale che si accontenta delle vecchie non-indagini (e Stasi sarebbe stato assolto di nuovo) ma riparte da zero, fa tutto daccapo, chiede e ottiene la condanna di Stasi. E non è finita qui, perchè l’eroismo del vecchio, indomito Angelo Giarda, primo difensore di Stasi, non sarebbe bastato a riaprire l’inchiesta se a Pavia a guidare la Procura non fosse intanto arrivato quel carrarmato del procuratore Fabio Napoleone, deciso a rivoltare un decennio di malagiustizia, che si ritrova tra le mani la bomba di Garlasco. Il Caso, solo il Caso. Ci sarebbero altri venti esempi.
Gli assassini possibili sono solo due, Stasi o Andrea Sempio: è una delle poche certezze oggi disponibili. Le fantasie circolate in questi mesi su complotti, delitti di gruppo, clan, complici, si sono liquefatte davanti alla consulenza-bis di Cristina Cattaneo: colpi da una sola persona e con una sola arma, usata da più parti. Una sola orma, la famosa scarpa a pallini: l’impronta del carnefice Se la mattina del 13 agosto a casa Poggi ci fosse stato un altro individuo, avrebbe dovuto volare, e non fare altro che assistere mentre il suo complice uccideva la ragazza. Fuori dalla scena le gemelle Cappa, Marco Poggi, Panzarasa, tutti gli altri innocenti tirati in ballo in questi anni senza rispetto nè per loro nè per la vittima. Fuori dalla scena del crimine, adesso si può dirlo, anche Alberto Stasi, che nella nuova cronologia del massacro disegnata dalla consulenza Cattaneo non avrebbe avuto il tempo materiale di compiere il delitto. Resta Sempio. Che ha forse il movente, forse il tempo di commettere il delitto. Ma che mai, nei diciannove anni dalla morte di Chiara, commette il passo falso in grado di rovinarlo. Non ha studiato, non ha gli occhi azzurri da gelido, eppure anche quando parla da solo si ferma un attimo prima di dire a se stesso la parola cruciale, “l’ho uccisa”. Su di lui pesa una montagna di indizi, il più grave di tutti le tre telefonate a Chiara tre giorni prima del delitto. Basteranno a dargli l’ergastolo? Sarebbe tutto più facile se qualcuno lo avesse visto uscire di casa, visto scavalcare, visto rientrare. Ma a Garlasco nessuno vede nulla, la mattina in cui Chiara affronta il suo assassino. Colpa del Caso, solo del Caso.
