Le lacrime davanti agli agenti, la voce che si spezza, poi quel grido: “Non ce la facciamo più”. Per qualche ora Antonio Zangari è diventato il volto della protesta degli agricoltori calabresi. Allo svincolo di Pizzo, nel Vibonese, era in prima fila mentre centinaia di manifestanti cercavano di avvicinarsi all’ingresso dell’A2. Davanti a loro il cordone della polizia, dietro trattori, cartelli e rabbia per il caro carburante e per costi di produzione che, denunciano gli agricoltori, continuano a salire. Qualcuno ha provato a forzare lo sbarramento, poi la tensione è rientrata grazie alla mediazione con le forze dell’ordine. Ma a restare impresse sono state quelle immagini, dove Zangari in lacrime sull’asfalto, circondato dagli altri manifestanti, chiedeva alle istituzioni di intervenire. Il video ha cominciato a circolare sui social ed è stato rilanciato anche da Futuro Nazionale, che lo ha presentato come “il grido di disperazione di un agricoltore calabrese”. Ma forse la realtà è un po’ diversa da come ce la aspettiamo, infatti quello di “Antonio Zangari” non è affatto un nome nuovo. Per ritrovarlo nelle cronache bisogna tornare indietro di appena tre mesi, il primo luglio scorso, nell’aula del Tribunale di Vibo Valentia, è stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione e a 1.500 euro di multa nel maxiprocesso Maestrale-Olimpo-Imperium.
Il capitolo che lo riguarda ruota attorno a un giro di macchine operatrici e mezzi da lavoro. L’accusa spiega che esisteva un sistema attraverso il quale venivano reperiti mezzi, movimentati e modificati prima di essere rimessi sul mercato. Nelle carte dell’inchiesta poi si parla di un canale illecito per procurarsi macchine operatrici e ricambi. Uno degli episodi finiti a processo riguardava alcuni mezzi che sarebbero stati destinati all’estero. Nelle intercettazioni erano emersi anche riferimenti a strumenti per alterare le macchine e conversazioni nelle quali alcuni degli interlocutori si sarebbero addirittura accorti di essere seguiti dalle forze dell’ordine. Su questo fronte il Tribunale ha ritenuto Zangari responsabile di ricettazione. La condanna riguarda però due capi d’imputazione e infatti i giudici hanno riconosciuto la continuazione tra i reati e fissato la pena complessiva in quattro anni. Il Tribunale non ha ritenuto provata alcuna agevolazione mafiosa a suo carico, ma ha invece riconosciuto la sua responsabilità per un’associazione per delinquere semplice.
Eppure, quando nel 2023 scattò l’operazione Olimpo, Zangari non venne arrestato. All’epoca il Gip aveva ritenuto insufficienti gli elementi raccolti per contestargli (sul piano cautelare) la partecipazione all’associazione. In pratica nell’ordinanza si riconosceva una certa valenza indiziaria alla sua vicinanza al gruppo, ma non si riusciva a individuare in maniera concreta quale fosse stato il suo contributo. Tre anni dopo la valutazione è cambiata. È vero che la sentenza del primo luglio resta una sentenza di primo grado e quindi non definitiva.
Oggi è tornato sulle prime pagine per tutt’altra ragione. Non un processo, ma una protesta.
