Nonostante tutto, è umanamente comprensibile, una sorta di riflesso pavloviano con il quale Sigfrido Ranucci prova a salvare il salvabile. Scorrendo gli ultimi post pubblicati dalla pagina Facebook è palese quanto il conduttore stia provando a contenere i danni della slavina che sta portandosi a valle ciò che rimane della credibilità professionale, puntando sulla strategia della popolarità. Una scelta che nell’immediato sembrerebbe anche lenire ferite inferte dall’indagine e dall’arresto di Valter Lavitola, ma che nei fatti rimane strutturalmente una scappatoia alquanto fragile. Hai voglia a pubblicare le foto delle fila e delle sale piene di spettatori, da Asiago a San Martino di Castrozza, passando per Lavarone: “chiedo scusa e ringrazio per la loro pazienza le centinaia di persone che sono rimaste fuori, anche sotto la pioggia per ascoltarmi e manifestare solidarietà”. Un refrain che si ripete anche nei giorni precedenti quando Ranucci pubblica le foto di altri appuntamenti: “grazie anche a tutti coloro che son venuti e che dopo due ore di spettacolo, si sono messi in fila per mostrare solidarietà”. “Una boccata di affetto e di ossigeno tra la mia gente. Grazie soprattutto alle circa 800 persone alla presentazione del libro. Mi spiace per le centinaia di persone rimaste fuori”. Ecco svelata la strategia disperata che affida unicamente alla consistenza delle platee la neo legittimazione della reputazione smarrita. Una scelta difensiva, quindi, con la quale il giornalista prova implicitamente a spacciare per valida l’equazione che se c’è così tanta gente alle sue presentazioni e ai suoi spettacoli, è perché per costoro, ma ancora di più per coloro che guardano e condividono i post, rimane una persona e professionista credibile.
Del resto, già a fine ‘800 Gustave Le Bon ci aveva istruito sui comportamenti delle masse, che sempre comprendono la realtà complessa o le ragioni del tutto, ma che reagiscono solo a immagini forti, a parole d’ordine e a grandi illusioni. Il numero in quanto tale è la certificazione unica e inconfutabile della credibilità. Solo che Ranucci trincerandosi strumentalmente dietro l’assioma della popolarità quale conditio sine qua non della credibilità, dimentica che nella società digitale la popolarità è spesso una variabile diretta dell’audience, anche di quella cattiva. Il pubblico online che ha convissuto con grande emotività e partecipazione a un evento digitale, inevitabilmente prova a perpetuare quell’esperienza in una dimensione fisica, analogica potremmo dire. Questa esigenza di far parte dello spettacolo, di condividere una prossemica della celebrità da poter bollinare con un selfie, far riempire gli auditorium e le piazze. Il pubblico digitale trasloca volentieri nella dimensione reale pur di partecipare e sentirsi co-protagonista di quella popolarità, non solo per “solidarietà” e ossequio alla narrazione bombardata del Ranucci baluardo e fustigatore dei Poteri Forti.
