«L’attività depistante» di Scarpinato, la sua «attività di inquinamento» e l’archiviazione imbarazzante che 34 anni orsono lui e Guido Lo Forte, in un’omertosa procura di Palermo, nascosero a Paolo Borsellino, che fu isolato e lasciato esplodere cinque giorni dopo in via D’Amelio senza che nessuno l’avesse neppure mai interrogato su ciò che sapeva e che, da solo e in segreto, aveva raccolto anche sulla morte di Giovanni Falcone. È ciò di cui parla, ma non solo, la devastante sentenza di archiviazione di 644 pagine depositata sabato mattina alle 11.27 a Caltanissetta e che sarebbe, tecnicamente, un «decreto» sui possibili concorrenti esterni nelle stragi del 1992: decreto in cui, per fermarsi all’attualità che pare quasi meno rilevante, il senatore dei Cinque Stelle Roberto Scarpinato è immortalato come un inquinatore della verità giudiziaria, e, nondimeno, dei tentativi della Commissione Antimafia di ricostruire la verità storica.
C’è davvero molto che non si era mai letto né visto: compresa un’alleanza che comprende le indagini del procuratore Salvatore De Luca e ora questa archiviazione firmata dal giudice Santi Bologna e sembra sposarle col lavoro della Commissione di Chiara Colosimo e, soprattutto, con il fondamentale e percussivo contributo di Fabio Trizzino, che è il legale della famiglia Borsellino e il genero di Paolo. All’appello, ora ma non da oggi, manca solo una libera stampa disposta a fare la sua parte. Ma torniamo al decreto, che archivia un procedimento contro ignoti ma non archivia ancora la posizione di Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone (arriverà un’altra puntata, quindi) i quali sono altri due magistrati già protagonisti di archiviazioni imbarazzanti nel 1992 prima che si rilanciassero, nell’era Caselli e dopo la cattura di Totò Riina, in un «nuovo» corso che in parte cercò di occultare il ruolo della magistratura nel vecchio.
È lo stesso sistema in cui Scarpinato si trovò «a difendere la gestione eufemisticamente scellerata di mafia-appalti» (pag. 369) alla quale aveva contribuito «fidandosi dei Dott.ri Lo Forte e Pignatone», ma questo «non è una scusante a favore del Dott. Scarpinato», si legge.
Non c’è pietà neppure per il magistrato Guido Lo Forte, il quale per decenni «ha mentito» sull’importanza del pentito Leonardo Messina ascoltato da Borsellino; «ha mentito» al Csm quando disse che Giovanni Falcone aveva ricevuto il dossier Mafia-appalti solo due giorni prima di andar via da Palermo e non, molto prima, direttamente dal Ros dei Carabinieri che questa preziosa informativa avevano redatto; ha detto il «falso» anche nel processo per il depistaggio di via D’Amelio quando disse che ignorava completamente le indagini del sostituto catanese Felice Lima sul pentito Giuseppe Li Pera, che a Palermo avevano completamente scelto di ignorare quando cominciò a parlare.
Ma veniamo all’oggi, o quasi. Il 18 gennaio 2024 Roberto Scarpinato preparò con Gioacchino Natoli (intercettato da Caltanissetta) l’audizione che quest’ultimo doveva rendere in Commissione Antimafia: concordarono il racconto della riunione in Procura a Palermo del 14 luglio 1992 in cui fu nascosta a Borsellino l’imbarazzante e parziale archiviazione del troncone principale di Mafia-appalti. Scarpinato: «Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione». Scarpinato a quella riunione non aveva neppure partecipato.
L’archiviazione, però, l’aveva firmata. Ora, secondo il giudice Santi Bologna, l’audizione di Natoli del 1° febbraio 2024 confermò l’inquinamento «in senso a sé favorevole» e la conclusione è inequivoca: «Borsellino, della richiesta firmata il giorno prima da Scarpinato e Lo Forte, non fu volutamente informato né prima, né nel corso della riunione del 14 luglio 1992».
Cinque giorni dopo Borsellino e cinque agenti della scorta saltarono in aria. Tre giorni dopo il procuratore Capo, il compromesso Pietro Giammanco, uomo di perlomeno ambigue frequentazioni e sempre salvaguardato dalla sua corporazione, appose il suo visto sull’archiviaizone. I racconti di un Paolo Borsellino che ne fu informato da vivo ora sono finalmente giudicati «contributi dichiarativi oggettivamente inattendibili» come tanti gironalisti sapevano da più di trentaquattro anni, ma come forse ora cominceranno persino a scrivere.
Cominceranno, in sostanza, a scrivere la vera storia di quegli anni: nonostante, a nasconderli, abbia contribuito la magistratura stessa per decenni: i verbali resi al Csm dai colleghi di Paolo Borsellino sono stati desecretati ufficialmente il 22 gennaio 2020 e neppure tutti: risulteranno ancora «riservati» e inaccessibili per esempio alcuni verbali di Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, desecretati solo il 20 luglio 2022; l’ex magistrato Luca Palamara, parlando nel 2021 in Commissione antimafia, disse che tutto quel segreto era per non rimettere in discussione «gli equilibri politico-istituzionali che in quel momento governavano il mondo interno della magistratura».
Prima di allora, per poter utilizzare quelle e altre carte (anche nei processi) avvocati come Basilio Milio e Francesco Romito dovettero insistere per anni e anni dopo aver cominciato a chiederli nel 2011. Che cosa c’era da nascondere? Molte cose: tra queste che l’inchiesta Mafia-appalti avrebbe anticipato Tangentopoli (come Antonio Di Pietro ha detto testimoniato a processo nel 2019, puntando il dito contro la procura di Palermo) perché quell’indagine dei Ros dei Carabinieri raccontava già un intreccio di mafiosi, imprese e politica nella spartizione dei lavori pubblici.
Giovanni Falcone ne aveva seguito lo sviluppo, Borsellino cercò segretamente di ricomporne i pezzi, sinché fu in vita, di nascosto dai suoi colleghi della Procura che intanto separavano, frantumavano e infine archiviavano ogni indagine sino all’estinzione. Il decreto reso noto sabato mattina conferma l’interesse per Mafia-appalti come concausa (non unica, ma decisiva) delle stragi di Capaci e soprattutto via D’Amelio. Il 25 giugno 1992, pubblicamente, Borsellino annunciò che avrebbe testimoniato a Caltanissetta: non fu mai ascoltato. Ma l’annuncio di Borsellino contribuì a portare il suo assassinio «in cima alla lista delle operazioni da compiere», e l’isolamento in Procura, e la maggiore esposizione al pericolo, sono indicati fra le precondizioni della strage.
Anche l’ex magistrato Giuseppe Pignatone, uno che era ancora presidente del Tribunale vaticano due anni fa, nel 1992 «ha mentito» al Csm come pure Lo Forte: riscrivevano il passato coi morti appena sepolti. Il padre di Pignatone controllava la Sirap al centro delle indagini, e la famiglia Pignatone comprava immobili dal gruppo mafioso Piazza–Bonura–Buscemi; anche Guido Lo Forte comprò casa dalla stessa società.
«Giammanco, Lo Forte e Pignatone» nascosero a Borsellino anche un fascicolo sui rapporti fra mafia e imprese come la Ferruzzi di Gardini. Lavoravano nello stesso palazzo, ma le carte non circolavano. Un testimone chiave, Giuseppe Li Pera, già nel giugno 1992 aveva raccontato il sistema politica-imprese-mafia al magistrato Felice Lima di Catania, e Palermo non era certo totalmente «al buio» rispetto a queste indagini catanesi: ma Lo forte ha negato tutto e Lima si ritrovò sottoposto a procedimenti penali e disciplinari per iniziativa della procura di Palermo. Nel 2021 Lo Forte ha detto: «Quando apprendemmo dell’esistenza delle dichiarazioni rese da Lipera a Lima, l’ufficio inviò una relazione al Ministero e al Csm». «Quando apprendemmo», dice: ma in procura a Palermo già lo sapevano, lo stesso Lo Forte aveva firmato una segnalazione a proposito.
Poi arrivà un’altra Italia: Tangentopoli, il crollo dei vecchi equilibri, gli uomini delle precedenti scelte si ritrovarono di feonte alle nuove. Scarpinato, Lo Forte e Natoli avrebbero sostenuto l’accusa nel processo Andreotti. Il prestigio della nuova Procura di Gian Carlo Caselli protesse anche la storia della vecchia. E contribuì a nascondere la verità che solo ora cominciamo a intravedere. Nella nuova Italia, il 17 maggio 1993, Lo Forte e Scarpinato chiesero l’arresto di Antonino Buscemi, Giuseppe Lipari, Claudio De Eccher e Domenico Favro per i quali avevano chiesto l’archiviazione l’anno prima, con Borsellino vivo: nuove dichiarazioni e riscontri si aggiunsero a elementi però per buona parte già esaminati. Le anomalie che riguardano Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato, conclude il giudice Santi Bologna, non sempre rientrano «“solamente” nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti». La verità dovuta alla famiglia Borsellino comprende chi gli nascose le carte mentre lui era vivo. E chi, sopravvissuto al vecchio sistema, cercò di sopravvivere anche al racconto delle proprie responsabilità.
