Ora "Repubblica" difende perfino la libertà di patacca

Il quotidiano di Mauro promette di eliminare le adesioni fasulle all’appello sulla stampa, ma insiste: "Il Web è come la democrazia"

A proposito di appelli&manifesti. In questo campo, particolarmente concimato dagli intellettuali, valgono due regole. La prima: se si decide di sottoscriverli, meglio farlo quando l’elenco dei nomi viene pubblicato dai giornali sfruttando il massimo della visibilità, dopo è inutile. La seconda: se si arriva tardi, stigmatizzarli: «Si firma solo per apparire».
A proposito della raccolta di firme per la libertà di stampa lanciata da Repubblica, prontamente sottoscritta da schiere di celebri intellettuali prima che la staffetta passasse alla massa dei lettori ignoti... Ieri la redazione web del quotidiano diretto da Ezio Mauro ha risposto laconicamente, con un commento di pochi byte, alla rivelazione del Giornale che andando a spulciare l’elenco dei nomi ha scoperto una serie - numericamente magari non rilevante, ma simbolicamente significativa - di firme false (poi rimosse, ma conteggiate): nomi inesistenti, ripetizioni, burle, insulti... Tra le 290mile adesioni sbandierate da Repubblica sono spuntati insospettabili difensori della libertà d’informazione contro la censura dei regimi illiberali come Topo Gigio, Pinco Pallo, tre diversi George Clooney e persino il nostro beneamato premier il quale, notoriamente, quando c’è da apparire non si sottrae mai.
E Repubblica come ha reagito? Ribaltando, a sua difesa, proprio l’accusa del Giornale, ossia la scarsa affidabilità delle petizioni online. Senza un filtro «burocratico», senza la registrazione di un documento d’identità, senza una verifica certificata, qualsiasi appello su internet ha il valore di un indistinto sfogo dal volto anonimo. Si giustifica il sito di Repubblica: 1) «L’articolo del Giornale ha avuto l’effetto di moltiplicare le firme false, le scurrilità e gli slogan violenti. Nessun problema, anche questi verranno cancellati»; 2) «Gli strumenti del web sono come la democrazia: consentono la libertà di espressione a tutti in tempo reale, ma hanno una evidente fragilità. E cioè offrono a disturbatori di vario tipo una ribalta, con cinque secondi di celebrità».
Bene. 1) L’articolo del Giornale avrà anche moltiplicato le firme false, ma ciò semmai ha aggravato il problema, non l’ha creato; le bufale ovviamente sono state rivelate prima dell’uscita dell’articolo; e se anche sono state (non sempre e non tutte) cancellate, sono state (sempre e tutte) conteggiate; 2) Proprio perché ormai il mito della «democraticità di internet» è stato abbondantemente sfatato, è meglio non assegnare il valore di plebiscito universale all’onda emotiva di un non meglio identificato manipolo di internauti arrabbiati, e di parte. Altrimenti si rischia di leggere come un autorevole documento pubblico una semplice bacheca da ufficio reclami. Scivolando così dalla libertà di stampa alla libertà di patacca.
A proposito. Una nota di Palazzo Chigi, ieri mattina, smentiva «frasi» attribuite da certa stampa a Berlusconi, ma che il premier non ha pronunciato né pensato: «Speravamo che alla ripresa di settembre questo malvezzo fosse finito ma dobbiamo constatare che purtroppo non è cosi».
Purtroppo non è così. Internet, lo sappiamo, è lo spazio pubblico più ampio che l’umanità abbia mai conosciuto. Ed è indubbio che la libertà di espressione sia aumentata insieme all’espansione del web. Ma nella Rete, dove di per sé non si trova la Verità né la Democrazia ma tante verità e l’anarchia, rimangono impigliate informazioni importanti ed errori micidiali. Bufale e scoop. Trattati filosofici e chiacchiere da bar. Come in tutte le cose, occorre distinguere.
Ecco. A proposito della raccolta di firme per la libertà di stampa, occorre distinguere: non si tratta di una rilevazione scientifica sul grado di democraticità percepita dai cittadini italiani; ma di una mobilitazione di massa dei lettori di Repubblica. Non è una escalation di protesta nazionale contro la dittatura politico-mediatica di Berlusconi, ma il moto di popolo degli antiberlusconiani chiamati all’appello. Non è un plebiscito, ma un forum.
Ancora ieri, un lettore confessava di aver firmato l’appello come Carlo Magno, di professione imperatore, residente ad Aquisgrana: lo hanno pubblicato, conteggiato, e poi cancellato. Tra i 290mila firmatari, a un certo punto, sono comparsi Galeazzo Ciano (285052), Arsenio Lupin (285035), Zurlì Mago (285042)... E filotti perlomeno sospetti come Giovanni Bianchi, Paolo Rossi, Piero Negri, Sergio Verdi (e non riportiamo per decenza il post di un lettore del Giornale che si è infiltrato nel sito di Repubblica: «Io mi sono firmato Andate Acagare e naturalmente mi hanno conteggiato»).
Comunque, saltando dalle parole ai numeri, in Italia si calcolano circa 27,7 milioni di persone che possiedono un accesso internet; e 10-12 milioni di lettori dei giornali online; mentre i dati audiweb attribuiscono a Repubblica.it un milione di utenti unici al giorno. Ora, 300mila adesioni all’appello del quotidiano di Ezio Mauro (al lordo di falsi e ripetizioni) su 10-12 milioni di internauti rappresentano meno del 3% del totale. E neppure uno su tre degli stessi lettori di Repubblica.it.
Cifre modeste nel totale, ma abbastanza consistenti per mettere in discussione la valenza politica dell’appello, o così ci sembra. Anche se non lo sottoscriveremmo.

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