Nel mondo. In mezzo al Transatlantico di Montecitorio il ministro della difesa Crosetto parla della prossima tempesta che verrà. «In Italia - osserva serio - ne parlano in pochi. Siamo un Paese provinciale. Ma la crisi dei debiti sovrani potrebbe innescare un contagio finanziario di vaste proporzioni. Una tempesta al cui cospetto la crisi dei subprime del 2008 sarà considerata una cachetta. Salta tutto, altroché le guerre. Nessuno si salverà. Neppure la Cina che ha un debito pubblico sommerso enorme. Per non parlare degli Stati Uniti che vanno avanti stampando moneta. Ci vorrebbe un organismo internazionale con dentro tutti i governi che lanci un altolà agli speculatori. Giorgetti è uno dei pochi ad aver chiaro il problema e soprattutto comprende i rischi sociali che ne potrebbero derivare. Guardate cosa succede in una Francia messa peggio di noi». In Italia. Sembra di essere su un altro pianeta. In Parlamento va avanti stancamente la liturgia che dovrebbe portare all’approvazione oggi della quinta legge elettorale in trent’anni. Nessuno pensa che ci saranno problemi nella votazione finale a scrutinio segreto: forse, dico forse, mancheranno i voti ininfluenti di 15 leghisti. Semmai la sorpresa potrà scapparci nel passaggio alla Consulta. Dal Quirinale da giorni il messaggio è chiaro: senza l’ok della Corte Costituzionale alla legge il Colle non fisserà le elezioni. Il calendario più gettonato? Il verdetto della Consulta a febbraio, le elezioni ad aprile-maggio. Il giudizio dei giudici costituzionali, per usare un’espressione del viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto, «è un terno al lotto». Si susseguono le prese di posizione dei costituzionalisti e degli ex-membri della Corte che insinuano dubbi: l’ultimo, ad esempio, è il cattolico Mirabelli che vede nelle modalità e nell’entità del premio elettorale dei risvolti anti-costituzionali.
Anche Mario Segni, cioè l’uomo che guidò i referendum elettorali, davanti alla Chiesa dei Gesuiti a Sant’Ignazio storce il naso: «Qualche dubbio lo avrei anche sull’introduzione dell’obbligo ai partiti di indicare un candidato premier». Un surrogato dell’elezione diretta che non convince un paladino del presidenzialismo come lui. Ma il punto vero è il legame di amorosi sensi istituzionali che percorre i cinquanta metri che dividono il Quirinale dal Palazzo della Consulta.
I grandi frequentatori del Colle, quelli che partecipano alla festa di compleanno del capo della segreteria del Quirinale, Simone Guerrini, insieme al presidente, di riserve ne hanno. Eccome. È l’inner circle di Mattarella. Si parte da Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario dei popolari, che poco più di tre mesi fa così descriveva l’attuale legge: «È il massimo esempio di partitocrazia quando nei partiti non c’è democrazia. Un assurdo». Per arrivare ai principali esponenti di quel movimento moderato che albergherà nel campo largo «Più Uno» che con il presidente condividono identità politico-culturali, cioè l’ex- direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini e l’ex-capo della Polizia Franco Gabrielli, a cui le finalità di questa legge elettorale di tenere in piedi due schieramenti che non stanno in piedi non piace proprio. Diceva Gabrielli appena due mesi fa in uno degli incontri al Principe di Viareggio: «L’Italia è un paese fondamentalmente moderato. Va sugli estremi perché ci siamo auto-convinti che il bipolarismo sia l’essenza della nostra natura quando non lo è. Forse sarebbe necessario ritrovare invece di una stabilità aleatoria (in questa legislatura sono abortite tre riforme costituzionali su tre) una fase, magari transitoria, in cui si possano aggregare delle forze al di là di quelli che sono gli schieramenti di oggi così rigidi nei quali molti si sentono fuori campo». L’ostacolo a questa «fase transitoria» è il premio elettorale in quel mondo considerato smisurato specie se coniugato ad una soglia del 42%. Qualcuno infatti sogna il 45%. L’esame della Consulta è considerato l’ultimo ostacolo, l’ultima barriera. Motivo per cui non appare scontato. «Qui in Parlamento stiamo perdendo tempo - osserva il leghista Candiani - il vero scontro si svolgerà alla Consulta e lì il Quirinale, se vuole, troverà il modo di affossare la riforma elettorale. Già se cancella solo i capilista viene giù il bordello. Se sono pessimista? No, solo realista». Un esame, appunto, complicato. Anche perché l’ipotesi del ballottaggio che avrebbe potuto far contenti almeno i costituzionalisti di sinistra è stata accantonata dalla premier. La ragione? Il solito Vannacci.
Ad un ex-ministro dei governi del centro-destra che gli chiedeva le ragioni di quel no la premier nelle settimane scorse avrebbe spiegato: «Il ballottaggio avrebbe fatto crescere Vannacci al primo turno. Cosa che io assolutamente non voglio. Non voglio che sul piatto elettorale della destra italiana mangi un abusivo. Un saprofita». Addio, Generale.
