Massimo Introvigne
Capire cosa succede a Mogadiscio è indispensabile per l'Italia, il paese con i maggiori interessi in Somalia e con la più importante comunità di immigrati somali. Sembra anche molto complicato, ma lo è meno se si usano due chiavi di lettura. La prima è la distinzione nel mondo islamico fra tradizionalisti e fondamentalisti. Entrambi vogliono un'applicazione letterale della legge islamica, la sharia, ma i tradizionalisti si limitano a pensare in termini morali. Il loro problema immediato è impedire alle donne di vestirsi in modo non tradizionale o agli uomini di violare qualcuno dei mille precetti della giurisprudenza islamica. I fondamentalisti pensano invece la sharia in termini non solo morali ma politici, mettendo al centro la questione del potere nazionale e internazionale. I Tribunali islamici di Mogadiscio sono tradizionalisti che ricordano anche nel nome i primi talebani (letteralmente «studenti di diritto») dell'Afghanistan.
La seconda chiave di lettura per l'attuale situazione somala è appunto il paragone con l'Afghanistan di dieci anni fa. I Tribunali islamici controllano solo Mogadiscio - il resto della Somalia è nelle mani di cento poteri tribali e locali - come i talebani controllavano solo Kabul e Kandahar. I tradizionalisti somali godono di un certo appoggio della popolazione, come capitava nel 1996 ai talebani, perché almeno tengono a bada la fortissima criminalità organizzata. Così come i talebani avevano cominciato a vietare le antenne paraboliche e gli aquiloni, i Tribunali islamici di Mogadiscio hanno messo in agenda la repressione di quel poco di libertà di cui godono le donne della capitale somala, la chiusura dei cinema e il divieto di guardare la televisione, che in Somalia - paese ampiamente di lingua e di cultura italiana - consiste in versioni ritrasmesse in modo pirata del Grande Fratello o del Processo di Biscardi. Se il problema fosse solo questo, non sarebbe gravissimo e - almeno quanto al calcio - in via di soluzione: basterebbe sostituire il Processo di Biscardi con i nuovi processi al calcio italiano di Borrelli, personaggio per cui i talebani somali potrebbero perfino sentire una certa affinità.
Ma la questione è un'altra. Esattamente come capitò ai talebani a Kabul, i tradizionalisti - concentrati come sono sulla morale - soffrono di una costituzionale debolezza politica, e per governare un paese hanno bisogno di chiamare in soccorso gli ultra-fondamentalisti: locali, se ci sono, diversamente stranieri. Nel 1996 il mullah Omar chiamò a Kabul Osama Bin Laden. Nel 2006 i Tribunali islamici stanno facendo affluire a Mogadiscio milizie di Al Qaida guidate da uno dei più diretti collaboratori di Bin Laden, Muhammad Fazul.
Come in Afghanistan, Al Qaida una volta invitata rischia di non andarsene più e di impadronirsi di tutto il potere.
In tutto questo ci sono delle colpe precise dell'Italia che fino ai primi di maggio - utilizzando la sua complessa rete di relazioni, interessi e intelligence in Somalia - era riuscita a mantenere in equilibrio la situazione a Mogadiscio impedendo che la fazione tradizionalista islamica prevalesse sulle altre.
In altre faccende affaccendato, il nuovo ministero degli Esteri targato D'Alema si è disinteressato della Somalia per qualche settimana.
Perché lItalia deve occuparsi della Somalia
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.