Il 4 febbraio 2024 a soli 20 anni moriva Niccolò Iglesias, nipote di Julio Iglesias. La Spagna visse un doloroso lutto a causa della notorietà della famiglia, ma la lunga battaglia portata avanti dal figlio di Jorge Iglesias e Alessandra Broi - contro una rarissima forma di DIPG, un tumore cerebrale molto aggressivo – è stata anche l’inizio di un progetto benefico, a cui Niccolò ha dato vita pochi mesi prima di morire. Così è nata la Fondazione Niccolo’s Light, un’istituzione a favore delle famiglie dei bambini affetti dal DIPG capace di trasformare la sofferenza in aiuto concreto prima in Spagna e ora anche in Italia.
Partiamo dalla storia di suo figlio. Al di là del cognome e della notorietà familiare, chi era Niccolò?
"Io lo definirei il figlio perfetto, nel senso che io sono stata molto fortunata con lui, era il mio primo figlio e non mi ha mai dato nessun problema. È sempre stato bravo nello sport, bravo a scuola, era un ragazzo pieno di vita con tantissimi progetti. Ha cominciato a lavorare molto giovane, a 16 anni. Portava le pizze a Padova, aveva fatto il Pony Express. Aveva proprio tantissima voglia di fare, era un ragazzo ambizioso. Aveva tantissimi sogni, tantissimi progetti. Poi è andato a studiare in Svizzera, in un Collegio dove ha avuto anni bellissimi".
Qual era il suo sogno?
"Lui all'inizio, prima della malattia, voleva crearsi una sua indipendenza, era molto fissato con questa cosa. Sognava la sua indipendenza economica, voleva studiare Economia a Boston e voleva fare business. Lui, come tutti i ragazzini di oggi, voleva fare business, non aveva trovato ancora una collocazione. Lui non voleva dipendere da nessuno, Per lui era molto importante questa cosa: voleva trovare la sua identità. Non voleva lavorare con suo padre né “portare il peso” del suo cognome. Per quello aveva cominciato a lavorare molto giovane. Durante il Covid si era messo anche a vendere magliette, che aveva disegnato lui, ancora ce le ho nell'armadio. Era veramente una soddisfazione vederlo - rispetto ai giovani di oggi che non hanno molta voglia di fare - lui era un vulcano di idee, a volte anche troppo".
Quando la malattia è entrata nella sua e nella vostra vita?
"Venti giorni dopo essere entrato a Boston all’Università. Ho lasciato mio figlio perfetto, era felicissimo di cominciare la sua avventura in questa università dove è stato difficilissimo entrare. Lui era riuscito perché aveva voti altissimi. Era lì con altri i suoi amici, che si era ritrovato dalla Svizzera ed era super entusiasta. L’ho lasciato che avevo il magone, preferivo studiasse in Europa, forse sentivo qualcosa. Venti giorni dopo ha cominciato ad accusare di sintomi come mal di testa e lui non era mai stato male. Era molto sano, non aveva avuto mai nulla. Quindi io non mi ero preoccupata. Pensavo fosse stressato per l'università, poi invece abbiamo fatto dei controlli perché quando giocava a tennis aveva un po' la visione offuscata, si sentiva stanco".
Quando è arrivata la diagnosi?
"Niccolò aveva 19 anni. Quando abbiamo cominciato a capire che erano dei sintomi da approfondire l'abbiamo portato a Miami, dove vive la famiglia del mio ex marito, Jorge Iglesias. E lì abbiamo scoperto che aveva un tumore cerebrale, tra i più aggressivi e rari: il DIPG, tumore del tronco encefalico che colpisce soprattutto in età pediatrica. È un tumore inoperabile perché nasce in quella la parte del cervello che si collega al collo".
Cosa è successo dopo la diagnosi?
"Non potendo essere operato abbiamo puntato sulle cure sperimentali. Purtroppo questo tipo di tumore, essendo raro, non ha un protocollo di cura, ma a Niccolò serviva guadagnare tempo. Grazie alle conoscenze della famiglia siamo riusciti ad accedere ad alcune cure sperimentali e la radioterapia aveva funzionato. Dopo aver scoperto il tumore a ottobre del 2022, a dicembre dello stesso anno dopo tre mesi di cure avevamo avuto un responso ottimo: Niccolò era guarito. Tra l’altro il suo fisico aveva reagito benissimo perché questo è un tumore molto aggressivo, che ti mette subito in sedia a rotelle, che ti dà dei sintomi molto forti. Invece lui aveva solo dei mal di testa".
Quando si è ripresentata la malattia?
"All’inizio del 2023 Niccolò ha fatto sei mesi in giro per il mondo e voleva ritornare a studiare a Boston. A luglio era rientrato in Italia per fare un discorso alla sua vecchia scuola, parlando di come aveva affrontato la malattia e di come era riuscito a superarla sia grazie alle cure tradizionali sia grazie alla meditazione e all’approccio spirituale di Joe Dispenza. Dieci giorni dopo aveva avuto di nuovo dei piccoli sintomi e dopo gli esami abbiamo scoperto che il tumore era ritornato in modo più aggressivo. I medici ci dissero che non c’erano più speranze. Niccolò è morto dopo otto mesi, un periodo nel quale abbiamo provato di tutto in giro per il mondo, cure tradizionali e non. Abbiamo cambiato otto città e alla fine si è spento a Pisa".
Quando è maturato in lui il desiderio di poter aiutare i bambini colpiti dal cancro e le loro famiglie ed è nata la Fondazione Niccolo’s Light?
"Durante l’ultimo periodo di cure. A novembre 2023, quattro mesi prima di morire, eravamo a New York per l'ennesima cura sperimentale e mi disse che aveva deciso di fare qualcosa di concreto. Lui voleva guarire, era convinto di potercela fare e di poter guidare la Fondazione. Mi disse che sentiva che questa malattia per lui era un messaggio di cambiamento di vita, che la sua strada non era essere un businessman, ma aiutare gli altri. Soprattutto i bambini con il DIPG, che lui aveva visto soffrire in ospedale. Voleva essere un sia un mentore che una specie di esempio".
Come si è mosso concretamente?
"Ha fatto tutto da solo. Ha creato la fondazione negli Stati Uniti e, grazie ad amici e conoscenti, ha raccolto in un mese 110.000 euro. Una cosa incredibile. Io dopo due anni che faccio questo lavoro non so ancora come abbia fatto a riuscirci in così poco tempo. Era molto amato. Aveva fatto il suo sito web, stava sempre al computer organizzando, inviando email. Insomma stava creando la struttura della fondazione. In quel momento il tumore ha cominciato a togliergli la vista, quindi non ha potuto più lavorare e successivamente è entrato in coma. Gli ultimi mesi sono stati strazianti".
Quando ha preso lei in mano le redini della fondazione?
"Non subito, dovevo elaborare il lutto. Ci sono mamme che lo fanno subito, io sono stata un anno completamente fuori di testa, ero sotto shock. Poi ho avuto una specie di chiamata e ho capito la grandezza di quello che Niccolò aveva fatto e perché. Quando lui lo stava facendo, prima di morire, io non me ne ero resa conto, perché ero concentrata sul voler salvare mio figlio. Passavo tutto il giorno a parlare con i medici e a prendermi cura di lui. Un anno e tre mesi dopo, a maggio del 2025, ho sentito una sorta di richiamo. Ho avuto una chiamata spirituale e ho capito che era il momento di prendere in mano il suo sogno. Incredibilmente, per la prima volta nella mia vita, ho capito cosa dovevo fare. Mentre per tutto il resto della vita ho dovuto lottare per diventare un avvocato e per farmi una famiglia, questa cosa della Fondazione ha iniziato il suo percorso naturalmente, come se qualcuno mi guidasse. Io spero e mi immagino che sia lui a farlo".
Di recente ha detto: “La Fondazione è testimonianza di come l’amore di una famiglia possa continuare a vivere attraverso gesti di solidarietà, sostegno e vicinanza”. Quanto conta l’esperienza personale in progetti benefici come questo?
"Siamo le persone adatte a portare avanti un progetto simile proprio perché abbiamo vissuto la malattia da vicino. Io ho vissuto la sofferenza. La nostra famiglia l’ha vissuta. La sofferenza di una mamma che sa cosa significa mollare tutto per stare con il proprio figlio che sta morendo e non poter seguire l’altra figlia. Che entra e esce dagli ospedali, cambia casa e viaggia in giro per il mondo per poter curare il figlio. La necessità di trovare soldi – che fortunatamente noi avevamo – medici competenti, alloggi. Cose che normalmente la maggior parte delle famiglie che vivono questo dramma non riescono a fare".
Qual è la missione della Fondazione?
"Vogliamo aiutare le famiglie che stanno vivendo questo dramma. Quindi dare supporto economico, supporto morale e una valida guida anche dal punto di medico. Poi, ovviamente, vogliamo aiutare la ricerca, finanziando studi e ricerche sul DIPG perché è ancora un tumore sconosciuto e su cui si investe molto poco. Purtroppo è un tumore raro che colpisce soprattutto i bambini in età pediatrica. Niccolò è stato raro anche in questo".
Dalla Spagna, dove siete un punto di riferimento, all’Italia. In che modo il nostro Paese può sostenere la causa della Fondazione e di Niccolò?
"Creeremo eventi e occasioni di incontro. Abbiamo già organizzato diverse iniziative legate allo sport - Niccolò era uno sportivo – e nei prossimi mesi ne faremo altre. A maggio c’è stato un torneo di paddle riservato ai giovani perché sono proprio loro che vogliamo avvicinare a questa causa. Perché Niccolò aveva moltissimi amici e vogliamo che sia un esempio di forza, di positività e di amore per la vita per tutti loro. Quindi partiamo da queste iniziative e poi, in seguito, faremo sicuramente cene benefiche e altre cose che ci aiutino a sensibilizzare la causa di cui si era fatto portavoce mio figlio".
Immagino ci sia una gara di solidarietà per sostenere la Fondazione anche da parte di molti volti noti spagnoli e italiani.
"Ci sostengono grossi nomi dell’imprenditoria di Madrid e molti personaggi. Quello che posso dire è che la famiglia del mio ex marito, in primis Julio Iglesias, ci sostiene e c’è molto vicina.
Per il progetto e per me è una cosa importante. Per la Fondazione la musica è uno strumento importante di propaganda e di raccolta fondi. Anche Enrique Iglesias farà parte di alcuni progetti musicali a sostegno della Fondazione".
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