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Personaggi

Comunista e conservatore. Guccini controcorrente

Un altro modenese, il dimenticato ma geniale Antonio Delfini, scrisse un “Manifesto” per dire che solo un compagno poteva essere un reazionario di ferro. Era una provocazione ma non troppo...

Francesco Guccini mentre suona durante il Concerto per Telefono Azzurro negli studi di Cinecitt�, Roma, 23 dicembre 1990. ARCHIVIO ANSA R 24826

In queste ore l’Italia celebra Francesco Guccini con la disciplina di un rito civile ben rodato. Applausi a Montecitorio, note di cordoglio bipartisan, la solita processione di leader che si scoprono, per l’occasione, cultori del cantautorato d’autore. I giornalisti fingono di averlo conosciuto, tanto Guccini non può smentire, e sarebbe una notizia a questo punto un cronista che ammettesse di averlo visto solo in fotografia. È il consueto funerale a norma: si seppellisce l’uomo e si issa l’icona, levigata fino a renderla compatibile con qualunque agenda del giorno dopo. Ognuno può tornare a casa con un brandello di Guccini e riporre le reliquia nel proprio Pantheon. Chiusa la teca, Guccini si può dimenticare, salvo spendere qualche inutile parola in occasione degli anniversari.Il problema non è che si esageri con l’affetto. È che si esageri con la retorica. Il Guccini raccontato in queste ore è un santino a due dimensioni: la coscienza critica della sinistra migliore, l’uomo che «toccava le vite delle persone». Tutto vero e tutto insufficiente.Sotto le etichette di comodo batteva la sensibilità di chi guarda al mondo che scompare con lutto, non di chi guarda al mondo che avanza con entusiasmo. In una parola: una sensibilità conservatrice. Non nel senso di partito, che quello non gli appartenne mai per sua stessa ammissione, ma nel senso più antico e più serio del termine: attaccamento al luogo, sospetto per l’omologazione, culto della memoria contro il mito del progresso. Prima di indignarvi o di sorprendervi, tenete conto che un altro modenese, il dimenticato ma geniale Antonio Delfini, aveva vergato un Manifesto per un partito conservatore e comunista. Partito come uno scherzo provocatorio, era diventato qualcosa di serio.Al di là delle ricette politiche, c’era del vero nell’affermazione paradossale che solo un comunista poteva permettersi di essere un conservatore di ferro. Delfini è molto amato da chi vive nella pianura padana. Lo amano, ad esempio, i CCCP, storica band nata a Berlino da due punk di Reggio Emilia, Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni. «Dammi una mano / a incendiare il piano padano» è uno slogan efficace, molti lo conoscono, e lo cantano ai concerti, pochi sanno che il brano cita alla lettera una poesia di Delfini.Non si è scritto molto, in queste ore, del Guccini che passava le giornate a inseguire etimi e forme dialettali, che compilò un dizionario del dialetto di Pàvana, che insegnava e studiava lessicografia e glottologia con la stessa serietà con cui altri studiano teologia. Non è un dettaglio da nota biografica. È la chiave che spiega tutto il resto: Guccini non amava la lingua come strumento di comunicazione politica, la amava come sedimento di civiltà, come deposito di un mondo che parlava ancora in un certo modo perché viveva ancora in un certo modo. Chi si commuove oggi per La locomotiva e ignora il glottologo di Pàvana sta scegliendo il Guccini più facile da accettare e da citare.Prendiamo Dio è morto, canzone brandita da mezzo secolo come inno degli atei militanti e sigillo di un’eredità laica. Chi la rilegge senza il paraocchi ideologico trova qualcosa di diverso: non l’esultanza per una liberazione, ma il lamento per un’assenza. La canzone non festeggia la scomparsa del sacro, la piange, e cerca disperatamente un surrogato in cui credere, quando afferma che «il mondo di Barabba» non è alternativa ma condanna. È il canto della secolarizzazione come tragedia, non come conquista: la stessa intuizione che un pensatore lontano come Augusto Del Noce metteva al centro della sua critica alla modernità. Guccini cantava la stessa nostalgia. Guccini è, prima di tutto, il cantore di un mondo che finisce. L’Appennino di Pàvana, il mulino di famiglia che non macina più, gli emigranti che tornano diversi da come sono partiti, le osterie che non riapriranno, i paesi spopolati. È la stessa materia di cui è fatto il Pasolini più autentico, quello che piangeva la scomparsa del mondo contadino sotto i colpi dell’omologazione consumistica, non quello ridotto a icona da citazione compulsiva su facebook. Guccini, come Pasolini, non credeva nel progresso come redenzione: lo viveva come perdita, come sostituzione di un’identità concreta con un’omologazione senza radici. Ecco perché le sue canzoni più sincere non sono quelle di lotta, sono quelle di commiato. E per chiudere un cerchio, sapete chi fu il più grande «fan» di Antonio Delfini insieme con il ferrarese Giorgio Bassani e il parmense Attilio Bertolucci? Lo avete già capito: il bolognese Pier Paolo Pasolini. Tutte storie della Bassa padana, sponda sud del fiume Po.Il vero omaggio a Guccini non è l’applauso a Montecitorio, che dura il tempo di un comunicato stampa e serve più a chi lo tributa che a chi lo riceve. È leggerlo per quello che è stato: un comunista, non irregimentato nella militanza di partito, che temeva l’omologazione, piangeva un mondo scomparso e cercava, senza mai trovarla del tutto, una forma di sacro in cui credere ancora. Non serviva a nessuna delle due parti in causa, destra o sinistra. Apparteneva, semmai, a chi sa che ogni mondo che finisce merita un lutto vero, non una liturgia di circostanza.


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