N on era previsto ma avanza il campo largo dei cantautori. Si va alla conta dei voti su Francesco Guccini, mai stato comunista però di sinistra, no, garbatamente socialdemocratico come sta scritto sul Fatto che però cambia avverbio, da un corsivista all’altro e lo rende tiepidamente socialdemocratico. «Se c’è qualcosa di davvero indecente è la consuetudine che induce, in occasione di un decesso, a parlare dell’ultimo incontro con il Morto importante, dunque a parlare di sé» lo ha scritto con coraggio imprevisto Manconi Luigi che prevedeva il fumo del turibolo attorno al defunto cantore. Ma, insomma, Guccini da che parte stava? Il dubbio amletico-emiliano non trova definitivo chiarimento, la dichiarazione «non sono mai stato comunista» è più fastidiosa dello scirocco che s’attacca alle pelle dei compagni riuniti, come prefiche, accanto al de cuius. Sostiene Prodi Romano che «la sua preoccupazione era legata all’attuale governo. Non per un provvedimento ma proprio in termini di valori profondi. Fu un sostenitore affettuoso dell’Ulivo ma noi non assoldavamo nessuno per fare il propagandista», quest’ultima affermazione è a titolo gratuito in assenza di domanda, excusatio non petita.Poi c’è il professor Vecchioni, compagno di bevute, che si sbilancia segnalando che mentre Guccini è rimasto quello che era, « molti amici miei, a Milano, li ho persi per idee politiche, alcuni sono diventati addirittura berlusconiani», dove l’avverbio significa che per il democratico insegnante la svolta è stata inattesa, buio a San Siro.Ma su tutti spunta D’Alema e il suo dire è davvero affascinante, come sempre e per sempre, perché Guccini non amava il comunismo e il partito di riferimento, mentre De Gregori, un vero Francesco mica quello modenese, lui sì ha scritto e interpretato la canzone del popolo comunista, titolo La Storia siamo noi. D’Alema dice che Guccini «non aveva nulla della sinistra ufficiale, non era comunista, non era inquadrato, era critico con il Pci, era un socialista, ancor prima di Democrazia proletaria e non ha mai avuto simpatia per i comunisti, era un socialista di matrice libertaria, contrario alla solidarietà nazionale. Si è avvicinato al PD e ha votato per noi». Si registra una ricerca affannosa all’identikit politico, non tanto ideologico, di Guccini, chi lo sogna a pugno chiuso, chi lo vuole a sfilare nei cortei, chi ricorda come amasse il Lambrusco di Novarella (Carletti dei Nomadi, provvedeva alla fornitura), chi riporta che al maestrone non piaceva particolarmente quel vino, viene srotolato il tappeto rosso, colore giusto, ideale, nel tentativo di fare proprio chi non c’è più e potrebbe confermare o smentire o ribaltare la votazione. Giorgio Gaber cantava: «Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia... qualcuno era comunista perché la storia è dalla nostra parte...qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari...qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente... qualcuno era comunista perché era come due persone in una.Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare come dei gabbiani ipotetici. E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.Due miserie in un corpo solo». Del resto, Giorgio, come Guccini, era di sinistra ma mai della sinistra. E questo, per molti affranti, è il dolore più forte. D’Io è morto.
