Piranesi, la pazzia di sposare arte e libertà

La contrapposizione fra il genio dionisiaco italiano e il tedesco apollineo Winckelmann è il tema del romanzo-biografia "La croce e la sfinge" di Pierluigi Panza, in gara al premio

Scritto come un romanzo inglese di formazione fra Daniel Defoe e Laurence Sterne, il bel libro di Pierluigi Panza, La croce e la sfinge, edito da Bompiani, traduce in racconto, studiato e avventuroso, la vita scellerata del grande artista, architetto e (soprattutto) visionario incisore, Giovanni Battista Piranesi. Un grande saggio, nel gusto di un certo Longhi, quello della lettera da Pommer Stelden, scrittore dichiarato e per di più in lingua settecentesca (a questo ancora Panza non è arrivato) e del Neri Pozza delle belle vite dei grandi pittori veneziani. Così un saggio preciso, ben argomentato, di solido fondamento filologico, può farsi passare per romanzo e attraversare le forche caudine del Premio Campiello, sotto l’occhio attento di una giuria popolare che «non vuole storie»: vuole storie.
D’altra parte Panza si presenta con la perfetta epigrafe del suo precursore, Gian Lodovico Bianconi: «Chi potesse scrivere con libertà, e decenza la vita tumultuosa di Gian Battista Piranesi non meno gustoso, né meno ghiotto di quello che di se stesso scrisse il famoso Benvenuto Cellini». Appassionandosi alla materia e al personaggio, il giornalista-studioso che si combatte nella penna di Pierluigi Panza, meditando agli alti esempi di Pietro Citati e di Marc Fumaroli, si muove seguendo questa traccia: «La sua (di Piranesi) era una rivolta: voleva sposare arte e libertà. Una pazzia».
Così il libro ha il suo epicentro nella contrapposizione tra due straordinari talenti contemporanei, e ancora tali a intenderne la lezione. Da una parte il testimone dell’ordine e della ragione, Giovanni Gioacchino Winckelmann, dall’altra il testimone del disordine e dell’avventura, il Piranesi, nell’eterna contrapposizione di apollineo e dionisiaco. Sotto la protezione di Papa Clemente XIII, veneto come Piranesi, al Nostro non poteva toccare miglior sorte che lavorare per la nuova abside di San Giovanni in Laterano, continuando l’opera del suo ideale e ammiratissimo precursore, il Borromino, l’architetto sulle cui orme Piranesi era arrivato a Roma. Un concorrente, Luigi Vanvitelli, scrisse: «Se faranno fare qualche fabbrica al Piranesi, si vedrà cosa puol produrre la testa di un matto, che non ha verun fondamento. Né ci vuole un pazzo per terminare la tribuna di San Giovanni in Laterano, benché il Borromino, che ristaurò la chiesa, non fosse uomo molto savio».
Raccontando questa storia di capricci e di competizioni, di divisioni e di difficile realtà, Panza dedica la sua attenzione all’opera che finalmente, dopo le difficoltà e le esagerazioni del progetto San Giovanni in Laterano, Piranesi riuscì a realizzare: la più originale chiesa di Roma pur nella apparente compostezza delle linee, la chiesa di Santa Maria del Priorato sull’Aventino, dove la Roma antica e l’Oriente convivono in una sintesi moderna e dove la ragione è la simbologia egizia esoterica e la fantasia l’ordine apparente della civiltà greca. Panza osserva: «Le sfingi d’Egitto si sommavano così alle colonnette di alabastro provenienti dalla Terrasanta, ritrovate nel sottosuolo e utilizzate come elementi di quel rebus che era la sua chiesa. Le fece scolpire in facciata per manifestare la sua passione per gli egizi da opporre ai greci». Per non appesantire il racconto Panza offre soluzione a quei rebus in una preziosa appendice, «misteri di pietra» che dà la «spiegazione dei simboli della chiesa di Santa Maria del Priorato».
Lo scontro delle due civiltà rappresentate con analoga, benché diversamente orientata passione, da Winckelmann e da Piranesi, sembra concludersi (ma la strada di Piranesi è un vicolo cieco che si apre alla dimensione visionaria del romanticismo, mentre quella di Winckelmann è l’inizio di una storia che culminerà con l’impresa napoleonica e la istituzionalizzazione del gusto neoclassico) a vantaggio di Piranesi, con la morte di Winckelmann. Panza con tranquilla ironia chiosa: «Dopo la costruzione della chiesa di Santa Maria del Priorato Gio. Batta Piranesi architetto passò qualche mese - forse felice - a disegnare camini alla moda egiziana. Attendeva che l’Oriente e la religione gerosolimitana trionfassero a Roma. Poi, dall’inizio dell’estate del 1768, fu raggiunto da quella che per lui era sicuramente una bella notizia: alla fine di maggio, in una stanza della locanda grande di Trieste, tal Francesco Arcangeli, aveva ucciso il “tèutone”. Giovanni Gioacchino Winckelmann, il maledetto cantore dell’arte greca, era morto».
Ma l’anno dopo «la bella notizia» fu seguita da un’altra, questa volta cattiva, la morte del suo protettore, Clemente XIII. Così inizia il declino di Piranesi e la fine delle commissioni pubbliche. Stanco, benché non carico d’anni, e anche rassicurato dalla stima di un architetto illustre come Luigi Vanvitelli, Piranesi prosegue la sua attività della dimensione visionaria e del sogno e, per un capriccio del destino, il suo maggiore impegno fu lo studio delle rovine di Paestum in concorrenza con l’architetto Jacques-Germain Soufflot e l’antiquario Nicholas Cochin che avevano tradotto in incisioni alcuni schizzi di «pezzenti» storici locali. La Grecia prevaleva su Roma.
Nella sua follia il visionario Piranesi tentò vanamente di mostrare che quelle imponenti rovine erano state concepite dagli etruschi e dai lucani anche se edificate da schiavi greci. Così Piranesi ritenne di condividere l’impresa con il figlio Francesco, che l’aiutò a incidere le mirabili, imperiose e grandiose tavole dove ciò che è greco diventava italico o etrusco. Tornato a Roma con affannose febbri Piranesi tentò di ribellarsi anche alla morte: «Steso sul suo letto di morte, il Piranesi si agitava e diceva che il riposo era indegno di lui». Spossato dalle febbri malariche, rifiutò le cure dei medici e chiese che gli si leggesse Tito Livio. Eppure volle rivedere i disegni, le acqueforti e i rami. Caduto in delirio, non diverso dalla sua visione del mondo romano e del mondo greco ricusato, dopo una settimana di agonia, morì, il 9 novembre del 1778 a 58 anni.
Ma non vi fu quiete neppure dopo la morte, e il capitolo finale del libro di Panza, «Le ceneri della gloria», racconta di liti ereditarie e di maldicenze come quella secondo cui il Piranesi avesse cercato di uccidere il suo primo maestro, l’incisore siciliano Giuseppe Vasi, nella cui bottega, appena giunto a Roma da Venezia, si era formato. E così il racconto continua e investe le vicende del figlio di Piranesi, Francesco, prima spia per conto del re di Svezia, poi giacobino negli anni in cui Napoleone chiude la Repubblica di Venezia e conquista Roma. Insomma, una storia lunga e avventurosa che dai fogli delle incisioni risale alla vita delle parole anche nella sintesi del bel titolo La croce e la sfinge. Ora i giurati veneziani del Campiello hanno in mano un bel libro su un grande veneziano. Renderanno onore al genio con cui trasformò in un sogno d’Oriente le antichità di Roma?