Pisanu: «Così proteggiamo l’Italia dai terroristi»

«Abbiamo rivisto le scorte per incrementare le forze sul campo»

Mario Sechi

da Roma

Prima giornata di riposo per il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, reduce da una intensa tornata di lavori parlamentari che si sono conclusi con la conversione in legge del decreto antiterrorismo: un successo bipartisan ma anche un suo successo personale. Il colloquio con il Giornale è interrotto da due telefonate del premier Silvio Berlusconi, che chiama dalla Sardegna. Durante la seconda conversazione gli passa Umberto Bossi, ospite per il weekend. Anche il Senatùr si congratula con Pisanu, con il quale peraltro ha sempre avuto un ottimo rapporto.
Il Parlamento ha approvato a larghissima maggioranza le sue misure straordinarie contro il terrorismo, proprio mentre la polizia catturava Hamdi Adus Issac e i carabinieri conducevano brillanti operazioni contro il terrorismo e l'immigrazione clandestina a Venezia, Vercelli, Cremona, Sanremo e Milano. Che cosa si prova?
«Intanto, una grandissima soddisfazione per questa ennesima dimostrazione di professionalità ed efficienza data dalle nostre forze dell'ordine dinanzi all'opinione pubblica interna ed internazionale. E poi un uguale sentimento per la conversione in legge del mio decreto con la quasi unanimità del Senato e della Camera e, per di più, con una velocità che forse non ha precedenti nella nostra storia parlamentare. Tutto questo si deve a quella linea dell'unità contro il terrorismo che ho sempre perseguito con il decisivo sostegno del Presidente Berlusconi».
Lei ha rivendicato il ruolo di coordinamento del ministero degli Interni. Perché?
«Perché sono fermamente convinto che in un fase come questa sia assolutamente necessario imprimere all'azione degli apparati amministrativi della sicurezza la massima unità di indirizzo e di iniziativa. Questo compito spetta al ministro dell'Interno per il semplice motivo che è l'unica Autorità nazionale di Pubblica sicurezza prevista dal nostro ordinamento. Non rivendico, ovviamente, poteri eccezionali. Intendo soltanto esercitare con tutta l'efficacia possibile quelli previsti dalle norme vigenti».
Bastano le attuali leggi per fronteggiare il terrorismo? Il decreto è bipartisan, ma c'è chi sostiene che è insufficiente proprio perché viziato dall’accordo con l'opposizione.
«Non c'è dubbio che le leggi italiane, come quelle degli altri Paesi occidentali, sono state prese alla sprovvista dalla terribile peculiarità di questo terrorismo, e non sono ancora riuscite a metabolizzarla. La nostra risposta sarà dunque tanto più forte e vincente quanto più sapremo adeguare gli attuali dispositivi giuridici alle caratteristiche particolarmente insidiose e sfuggenti di queste organizzazioni e dei loro comportamenti. Non si tratta, lo ripeto, di formazioni ordinate gerarchicamente, con una vera e propria catena di comando, quanto piuttosto di una rete mondiale a maglie autonome e non sempre collegate tra loro, che somigliano ai moderni cartelli della droga molto più che ai partiti rivoluzionari dell'Otto-Novecento. Quanto al resto, posso assicurarle che non ci sono e non ci saranno accordi al ribasso. Il vero problema è che dobbiamo salvaguardare il prezioso equilibrio democratico tra sicurezza e libertà. Non possiamo barattare l'una con l'altra e, dunque, non possiamo combattere i terroristi, che sono i nemici della libertà, limitando le libertà dei cittadini».
In Inghilterra Tony Blair ha già proposto l'introduzione di due nuovi reati: la preparazione di atti di terrorismo e l'apologia del terrorismo. Condivide?
«Condivido e osservo che alcune delle norme appena approvate vanno proprio nel senso da lei indicato».
Quali connessioni esistono tra il fenomeno dell'immigrazione clandestina e il terrorismo? I servizi segreti dicono che il caso dei Cpt interessa perfino elementi dell’ex partito Baath di Saddam Hussein.
«Di sicuro l'immigrazione clandestina alimenta direttamente il lavoro nero, la prostituzione e il reclutamento della manovalanza criminale. Nei Cpt passa di tutto e i Centri funzionano, dunque, non solo come filtri, ma anche come punti di osservazione. In ogni caso sono strutture indispensabili per il contrasto dell'immigrazione clandestina e, di conseguenza, di tutti i fenomeni criminali che essa alimenta o può alimentare, compreso il terrorismo. Questo non significa, naturalmente, che l'organizzazione dei centri non possa essere rivista e migliorata».
Lei al Senato ha parlato di allarme intenso. Quando negli Stati Uniti scattano i vari livelli (giallo, arancione, rosso) si prendono una serie di misure. Può fare un esempio su cosa succede nel nostro Paese?
«Posso dirle che cosa abbiamo fatto dopo la strage di Londra, tenendo conto che il lavoro di questi giorni si inquadra nel processo di potenziamento della prevenzione e dell'intelligence avviato dopo l’11 settembre 2001 ed aggiornato in misura assai significativa a seguito dell'attacco di Nassirya. Le nostre misure di sicurezza operano su tre direttrici principali: la difesa degli obiettivi più esposti; il controllo degli ambienti dove può innescarsi la minaccia terroristica; il monitoraggio stretto dei cittadini extracomunitari già interessati da inchieste giudiziarie. Su tutto questo vigila ininterrottamente, dal Viminale, il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), organismo di raccordo tra Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di finanza, Sismi e Sisde, che analizza tutte le informazioni e fornisce indicazioni alle forze antiterrorismo che operano sul campo».
Che cosa fate per il controllo del territorio?
«Subito dopo i sanguinosi attentati di Londra, abbiamo deciso di incrementare rapidamente il numero dei poliziotti e dei carabinieri destinati a questo servizio, recuperando personale con una oculata revisione delle scorte che è attualmente in corso. Altri recuperi li faremo grazie alla nuova legge, sia con l'alleggerimento dei compiti della polizia giudiziaria per la notifica degli atti, sia con l'affidamento alla vigilanza privata dei servizi di sicurezza sussidiaria nei porti, nelle stazioni ferroviarie, in quelle della metropolitana e dei trasporti urbani di linea. Con questa ed altre misure vogliamo rafforzare la sicurezza delle grandi infrastrutture del trasporto, piuttosto vulnerabili anche da azioni terroristiche di media portata».
E per quanto riguarda le città a maggior rischio?
«Oltre a talune iniziative di carattere riservato, abbiamo deciso di sviluppare due programmi sui quali lavoriamo sistematicamente ormai da tre anni, raccogliendo risultati significativi: le operazioni “vie libere”, blitz mirati come quello dei giorni scorsi a Padova; e il “poliziotto e carabiniere di quartiere”, che ha appena tagliato un altro importante traguardo con l'entrata in servizio di 750 nuovi operatori. Entro la fine dell'anno, altri 750 verranno schierati in aree urbane oggetto di particolare attenzione».
Chi finanzia reti del terrore, anche indirettamente, deve essere sottoposto a misure restrittive?
«Certamente. Su questo terreno c'è da fare ancora parecchia strada, affinando gli strumenti di prevenzione già esistenti, come il Comitato di sicurezza finanziaria. Comunque, la nuova legge interviene anche qui, prevedendo il congelamento immediato dei beni e delle risorse finanziarie sospette».
Il Tesoro americano ha una lista dettagliata di società vicine a Al Qaida, così pure l'Onu. Gli elenchi sono pubblici. Perché non farlo anche in Italia?
«Mi sembra una buona idea, ma non voglio darle una risposta improvvisata. Grazie, comunque, per il suggerimento».
Quello dei dati biometrici è un problema europeo. Qual è la strada da percorrere? Quali sono i dati sensibili sull'individuo che, secondo lei, devono essere pubblici?
«I dati biometrici (impronte digitali, facciali e dell'iride) sono indispensabili per rendere molto più sicuri i documenti di viaggio e di soggiorno, come sono peraltro necessarie tecnologie comuni per rendere controllabili questi documenti in ogni angolo del mondo. Quanto ai dati individuali, l'aspetto più importante è l'assoluta riservatezza dell'uso che possono farne le autorità pubbliche. In ogni caso, credo che valga la pena rinunziare a qualche brandello di privacy in cambio di una maggiore sicurezza comune».
Moschee, centri di culturali, call center, macellerie. Sono solo alcune delle attività della comunità islamica in Italia. È accaduto però che siano diventate anche la fucina del fondamentalismo. Saranno monitorati?
«Domanda indiscreta. Le assicuro però che conosciamo abbastanza bene non solo le moschee, le scuole coraniche, i centri culturali e gli altri luoghi di aggregazione, ma anche il vasto sistema di relazioni che caratterizza la magmatica realtà dell'immigrazione islamica in Italia. Grazie a questa conoscenza possiamo distinguere e valutare ragionevolmente rischi e opportunità, costruendo poi le nostre difese su basi consistenti anche se, come è facile capire, questo non ci mette al completo riparo dalla minaccia terroristica. Nella lotta al terrorismo l'Italia non è certo all'anno zero. A parte, infatti, l'esperienza dura, diversa ma preziosa, della lotta alle Br, le ricordo che dopo l'11 settembre 2001 abbiamo mobilitato vaste energie, dando nuovo vigore alle nostre capacità di analisi, prevenzione e contrasto. E come si è visto anche venerdì, i risultati non mancano».
Lei fa parte della scuola che dice «non è uno scontro di civiltà». Eppure non si può negare che la religione nel fondamentalismo islamico sia determinante. Crede davvero che basti il dialogo interreligioso?
«Ho detto altre volte, e lo ripeto, che non possiamo confondere il terrorismo di matrice islamica con la religione, la cultura e la civiltà dell'Islam. Le società europee, se sono veramente società aperte, se veramente vogliono mantenere inalterato questo loro inconfondibile tratto, devono saper distinguere con nettezza: da un lato accogliendo i musulmani che vengono da noi regolarmente per vivere e lavorare in pace e nel rispetto delle nostre leggi; dall'altro opponendosi con inflessibilità e durezza a quelli che, invece, vengono per seminare odio, terrore e morte. Non smetterò mai di sostenere che la battaglia contro il radicalismo islamico si combatte e si vince a due mani: una armata contro i terroristi e i loro complici, l'altra tesa verso i musulmani pacifici. L’importante è che ci sia rispetto reciproco: noi rispettiamo la loro cultura, la religione, i loro valori, e loro devono rispettare la nostra identità cristiana, i nostri ordinamenti democratici e le nostre leggi: se gli va bene così, sono graditi; altrimenti se ne tornino a casa loro. La società aperta deve essere chiusa agli intolleranti».
Nuove leggi, lavoro di intelligence, cooperazione internazionale. Cosa manca ancora?
«Penso che la carenza più vistosa sia da ricercare nella mancata approvazione della legge di riforma dei servizi di informazione e sicurezza. La loro organizzazione risale a 25 anni fa e sopravvive tra appesantimenti burocratici, sovrapposizioni di competenze e duplicazioni di spese, mentre tutta l'intelligence che conta si è rapidamente adeguata alle conseguenze del crollo del comunismo e all'impetuoso procedere della globalizzazione. Abbiamo bisogno di un servizio unico, più snello, più agile, più adatto al nuovo contesto mondiale e ai nuovi compiti, e posto alla diretta dipendenza del presidente del Consiglio».
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