Si è aperto ieri sotto le preoccupazioni per le prospettive dell’inflazione negli Stati Uniti il simposio annuale della Federal Reserve a Jackson Hole, nel Wyoming. Ma oggi tutti i riflettori sono sull’intervento del presidente Fed Kevin Warsh per capire le prossime mosse di politica monetaria della banca centrale statunitense.
L’inflazione a luglio ha segnato il +3,7%, un dato superiore alle attese che allarma i vertici dell’istituto. Per Austan Goolsbee (Fed Chicago) un target non raggiunto appare «inquietante», mentre Jeffrey Schmid (Fed Kansas City) ricorda che l’impegno resta riportare i prezzi al 2%. A spingere sull’acceleratore è Beth Hammack, presidente della Fed di Cleveland: «È il momento di agire e alzare i tassi». Hammack, che ha votato per una stretta già nell’ultimo direttivo, sottolinea come la banca sia ancora lontana dall’obiettivo, rafforzando il fronte degli economisti che pronosticano un rialzo già a settembre.
Sull’altra sponda dell’Atlantico, la Bce mantiene una postura d’attesa ma con toni altrettanto rigidi. Dai verbali della riunione del 22-23 luglio emerge che, sebbene lo stop ai tassi sia stato approvato all’unanimità, la pausa non chiude il ciclo di stretta monetaria. Diversi governatori falchi avrebbero preferito un ritocco immediato e hanno avvertito che una risposta tardiva rischia di prolungare l’inflazione alta fino al 2027.
Il Consiglio Direttivo dell’Eurotower ha scelto di attendere i dati di settembre su Pil, salari e nuove proiezioni, ma la linea è tracciata: senza un miglioramento significativo dei prezzi, un altro aumento dei tassi sarà inevitabile. A pesare sono le tensioni geopolitiche in Medioriente, i costi energetici e i rischi di ripercussioni salariali. Nonostante la resilienza dell’economia europea - spinta anche dagli investimenti in intelligenza artificiale e difesa - Francoforte invita alla cautela: il pieno impatto dello shock inflazionistico deve ancora manifestarsi.
