C'è una legge che la politica non riesce ad abrogare. Non è scritta nella Costituzione, ma nell'economia di ogni Paese. E dice una cosa semplicissima: se aumenti per decreto il costo di un fattore produttivo, qualcuno dovrà pagarne il prezzo. Può essere l'impresa, comprimendo i margini. Può essere il consumatore, pagando di più. Può essere il lavoratore, se le assunzioni rallentano o il posto di lavoro scompare. Ma il conto arriva sempre. Solo che la politica continua a raccontare il contrario. Da anni il salario minimo viene venduto come la chiave capace di scardinare la cassaforte dei salari bassi. E poiché la campagna elettorale è ormai imminente, anzi i primi segni forti già si intravedono, è assai probabile che le sinistre cavalchino, insieme alle altre, anche la favola rassicurante del salario minimo. Peccato che i fatti abbiano il brutto vizio di non leggerla.
L'ultimo a ricordarlo è stato alcuni giorni fa il Washington Post. Secondo il quotidiano americano, il municipio di Washington DC aveva imboccato con entusiasmo la strada dell'abolizione del salario ridotto per i lavoratori che percepiscono mance. L'obiettivo era impeccabile: più reddito, più equità, più giustizia sociale. Poi è arrivata la realtà. Ristoranti in difficoltà, serrande abbassate, operatori del settore in rivolta. Certo, sarebbe intellettualmente disonesto attribuire tutto alla riforma. L'inflazione, il rallentamento dell'economia e il costo delle materie prime hanno avuto il loro peso. Ma sarebbe ancora più disonesto sostenere che il costo del lavoro non abbia inciso: lo ha fatto in modo determinante. Tant'è che il consiglio comunale, anziché perseverare nell'errore, ha rapidamente corretto la rotta bloccando di fatto l'operazione. Una scelta dettata non dall'ideologia, ma dai numeri. E i numeri, a differenza degli slogan, non votano: presentano il conto.
È qui che il dibattito italiano diventa quasi surreale. Da noi il salario minimo viene evocato come se il mercato del lavoro fosse una prateria senza regole, quando invece esiste una rete di contratti collettivi che copre pressoché tutti i lavoratori e fissa già i minimi retributivi nei diversi settori. Chi invoca una soglia legale evita accuratamente di spiegare perché mai un cameriere, un metalmeccanico, un infermiere, un impiegato o un artigiano dovrebbero essere ricondotti alla stessa logica decisa da un legislatore. L'economia è differenza, non uniformità. La contrattazione serve proprio a riconoscere queste differenze. Il salario minimo, invece, le cancella con un tratto di penna. È la vittoria dell'astrazione sulla realtà.
Il problema dell'economia italiana non è l'assenza di una legge sul salario minimo. Il vero nodo è che siamo un Paese che da vent'anni non riesce a far crescere la produttività, che tuttora tassa il lavoro più di quasi tutti i suoi concorrenti europei (nonostante i rimedi introdotti dal governo Meloni) e che continua a considerare l'impresa come un bancomat da cui attingere risorse anziché il luogo in cui si crea ricchezza. Finché un lavoratore costerà moltissimo a chi lo assume e renderà troppo poco a causa di un sistema economico oggettivamente votato all'asfissia, nessuna soglia fissata per legge cambierà la sostanza delle cose. Al massimo redistribuirà le difficoltà.
Non è un caso che alcuni dei Paesi con i salari più elevati al mondo, come la Svizzera e i Paesi nordici Danimarca, Svezia, Norvegia e Islanda abbiano storicamente fatto affidamento non su un salario minimo nazionale imposto per legge, ma su sistemi di contrattazione collettiva particolarmente forti e su economie capaci di generare maggiore valore aggiunto, più investimenti, più produttività e, di conseguenza, retribuzioni più elevate.
Il benessere dei lavoratori, infatti, nasce anzitutto dalla capacità di un sistema economico di produrre ricchezza, mentre gli strumenti normativi possono incidere sulla sua distribuzione, ma difficilmente possono sostituirsi alla sua creazione. Per questo sarebbe il caso di archiviare definitivamente un dibattito che appartiene più alla propaganda che all'economia. Il salario minimo è la scorciatoia perfetta per chi vuole promettere senza spiegare, distribuire senza produrre, rassicurare senza risolvere. È una risposta semplice a una domanda complessa. E, quasi sempre, le risposte semplici sono quelle sbagliate.
L'Italia non ha bisogno dell'ennesimo prezzo amministrato. Ha bisogno di imprese che crescano, di investimenti, di meno tasse sul lavoro, di contratti seri e di uno Stato che smetta di illudersi di poter sostituire il mercato con un decreto.
La ricchezza non nasce in Gazzetta Ufficiale. Nasce nelle aziende. Quando la politica dimentica questa verità elementare, non difende i lavoratori. Finisce, prima o poi, per danneggiare proprio quelli che dice di voler proteggere.
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