Nella contesa politica, in vista delle prossime elezioni, il tema dell’economia occupa i primi posti. Se la gioca con l’immigrazione. E quello che conta, nel valutare le condizioni economiche degli italiani, è la percezione che abbiamo del nostro benessere finanziario, se sta migliorando o meno. Ebbene, in questo gioco, uno degli argomenti più scottanti è quello delle tasse, che sembrano non scendere mai. Per l’Istat, che fornisce numeri grezzi, nell’ultimo dato trimestrale (il secondo trimestre 2026) la pressione fiscale è stata pari al 43,5% del Pil, in aumento di 0,5 punti rispetto a un anno prima.
E nell’ultimo dato annuo (il 2025) la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, 0,7 punti in più rispetto al 2024. Su questi numeri, usciti entrambi tra settembre e ottobre 2026, l’opposizione ha attaccato l’esecutivo. A torto o a ragione? Per rispondere serve prima di tutto la definizione di pressione fiscale: il glossario Istat la definisce come il rapporto percentuale tra la somma di imposte dirette, indirette, imposte in conto capitale e contributi sociali e il Prodotto interno lordo nominale. Quindi va notato che anche i contributi previdenziali sono conteggiati nel prelievo fiscale globale. Nel secondo trimestre, in termini tendenziali, le imposte dirette sono cresciute del 4%, i contributi sociali del 4,4% e le imposte indirette dell’1,9%. Mentre il Pil nominale (cioè calcolato ai prezzi correnti e non in volumi) presenta una crescita di circa il 2,5%.
Ecco dunque spiegato l’aumento della pressione: l’aumento globale di imposte dirette e contributi è superiore a quello dei redditi. Ma questo non significa che “sono aumentate le tasse”: dietro alla crescita delle imposte sui redditi e dei contributi c’è l’occupazione: se aumentano gli occupati, aumenta anche il gettito per lo Stato. E così sta succedendo in Italia: Sempre secondo Istat, nel secondo trimestre 2026 gli occupati sono aumentati di 246 mila unità, in particolare dipendenti a tempo indeterminato, +1%, autonomi +2,4%. Il tasso di occupazione è salito al 63,4%, 0,7% in più. Le ore lavorate sono +1,3% su base annua contro un Pil reale a +1,0%. Le retribuzioni +2,7%, i contributi sociali +3,4 per cento. Ecco dunque che la pressione fiscale più alta riflette una maggiore occupazione, non maggiori tasse versate allo Stato dagli individui: è che ci sono più individui di prima a pagare le tasse. Quindi, se vogliamo, la notizia è pure buona. Dopodiché è anche vero che, con l’inflazione tornata a salire, esiste un effetto fiscal drag che spiega un altro pezzo di questa storia. Ma attenzione a fermarsi davanti alle parole senza prima approfondire cosa ci sta dietro. Che poi le tasse in Italia siano troppo alte, su questo concordano in tanti. Forse tutti.
