La possibile visita di Benjamin Netanyahu a New York in occasione della 81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro tra diritto internazionale, politica americana e diplomazia.
Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha dichiarato che la sua amministrazione sta valutando gli strumenti giuridici a disposizione qualora il primo ministro israeliano entrasse nel territorio cittadino, dopo il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nel novembre 2025 per presunti crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi nella Striscia di Gaza.
"Credo che il primo ministro Netanyahu debba essere processato all'Aja", ha dichiarato Mamdani, aggiungendo che il leader israeliano è "un criminale di guerra incriminato dalla Corte penale internazionale". La Casa municipale ha precisato che sono in corso valutazioni con i propri consulenti legali, pur senza indicare quali strumenti possano essere concretamente utilizzati.
Le dichiarazioni di Mamdani hanno immediatamente aperto un dibattito tra costituzionalisti e specialisti di diritto internazionale. Il punto centrale riguarda il rapporto tra gli obblighi derivanti dal mandato della Corte penale internazionale e l'ordinamento statunitense.
Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma e, di conseguenza, non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale sui propri cittadini né sono giuridicamente obbligati a dare esecuzione ai suoi mandati di arresto. Inoltre, la politica estera e le relazioni diplomatiche rientrano nelle competenze esclusive del governo federale, non delle amministrazioni locali.
A complicare ulteriormente il quadro interviene il regime previsto dall'Agreement Between the United Nations and the United States Regarding the Headquarters of the United Nations del 1947, che disciplina l'accesso ai rappresentanti degli Stati membri presso il Palazzo di Vetro. In linea generale, gli Stati Uniti sono tenuti a consentire l'ingresso delle delegazioni ufficiali dirette alle Nazioni Unite, salvo limitate eccezioni riconducibili alla sicurezza nazionale.
Netanyahu ha liquidato le dichiarazioni del sindaco come una provocazione politica, affermando di non ritenere credibile l'ipotesi di un arresto durante un eventuale viaggio negli Stati Uniti. Inoltre, respinge integralmente le accuse, definendole "prive di fondamento" e contestando la giurisdizione della Corte, sostenendo che lo Stato ebraico non aderisce allo Statuto di Roma.
Sul piano del diritto
internazionale permane inoltre il dibattito sul rapporto tra i mandati della Corte penale internazionale e le immunità riconosciute ai capi di governo in carica, questione che continua a dividere dottrina e prassi internazionale.
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