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Politica estera

Passaporti, spostamenti e relazioni finiscono nel maxi-database: così la Cina sorveglia gli stranieri

Una piattaforma scoperta a Zhangjiakou mostrava dati sensibili, movimenti e contatti di migliaia di persone, compresi studenti e giornalisti

china camera
epa10923108 A surveillance camera at Beijing Capital International Airport as world leaders arrive ahead the Third Belt and Road Forum in Beijing, China, 17 October 2023. EPA/PARKER SONG / POOL

La Cina ha costruito negli ultimi anni uno dei sistemi di sorveglianza più estesi al mondo. La grande novità è che adess il suo raggio d’azione non riguarda più soltanto i cittadini cinesi. Documenti, banche dati e piattaforme digitali mostrano infatti che anche gli stranieri che vivono, studiano, lavorano o transitano nel Paese possono essere inseriti in un circuito di monitoraggio che combina informazioni anagrafiche, movimenti, immagini delle telecamere e dati provenienti da servizi pubblici e privati. Il caso emerso nel 2026 nella città di Zhangjiakou, nel nord della Cina, ha offerto uno sguardo raro su questo meccanismo. La piattaforma individuata dal ricercatore di cybersicurezza olandese Marc Hofer conteneva informazioni su quasi 12 mila persone: residenti stranieri, studenti internazionali, giornalisti, cittadini di Hong Kong e Taiwan e soggetti classificati come “persone chiave”. Nel database comparivano numero di passaporto, numero di telefono, indirizzo, professione, stato civile e, in alcuni casi, persino la religione. La Cina, che secondo stime internazionali dispone di centinaia di milioni di telecamere di sorveglianza e di sistemi avanzati di riconoscimento facciale, integra queste informazioni con i dati raccolti da immigrazione, trasporti, hotel, ospedali e pagamenti digitali. L’obiettivo dichiarato dalle autorità è garantire la sicurezza pubblica e mantenere la stabilità sociale, ma per organizzazioni come Human Rights Watch il livello di integrazione dei dati e l’assenza di controlli indipendenti rappresentano un rischio senza precedenti per la privacy.

Come funziona la piattaforma cinese per controllare gli stranieri

Una recente inchiesta pubblicata dal New York Times ha ricostruito in dettaglio il funzionamento della piattaforma chiamata “Dynamic Control Platform for Overseas Personnel”. Hofer l’ha scoperta all’inizio dell’anno durante una ricerca online e ha trovato il sistema accessibile senza particolari protezioni. La dashboard mostrava più di 700 residenti stranieri registrati a Zhangjiakou e oltre 300 giornalisti internazionali. Tra le schede compariva anche quella dello stesso ricercatore, con una fotografia scattata dalle autorità migratorie cinesi, il numero di passaporto e il numero di cellulare usato durante la sua permanenza nel Paese. Il NYT ha verificato l’esattezza dei dati relativi ad almeno sei persone presenti nel database e ha collegato il sistema alla società tecnologica Origin Dynamic, azienda di Pechino che fornisce servizi di sorveglianza e attrezzature alle forze di polizia.

Documenti pubblici mostrano che la società aveva depositato nel 2023 un brevetto per un’interfaccia informativa destinata ai cittadini non cinesi, con funzioni quasi identiche a quelle della piattaforma di Zhangjiakou. Nei registri di accesso comparivano inoltre nomi di stazioni di polizia locali e di altre città, un elemento che suggerisce un utilizzo collegato alle autorità di pubblica sicurezza. La piattaforma è stata rimossa dalla rete entro maggio 2026, ma i dati scaricati da Hofer indicano che il progetto era in sviluppo almeno dal 2021.

Un monitoraggio dettagliato

Ciò che rende il caso particolarmente significativo è il livello di dettaglio con cui venivano registrati i movimenti quotidiani. Il sistema aggregava informazioni provenienti da telecamere stradali, centri commerciali, ristoranti, complessi residenziali e altre aree pubbliche. Una cittadina mongola, per esempio, risultava monitorata mentre usciva dal proprio residence, entrava in un supermercato, si spostava in un centro commerciale e cenava in un ristorante, con orari registrati al secondo e in alcuni casi con indicazione esplicita dell’uso del riconoscimento facciale.

La piattaforma conteneva anche campi dedicati ai voli aerei, ai treni con numero di posto, alle visite ospedaliere, ai pagamenti del carburante e ai luoghi frequentati abitualmente. Non si trattava quindi di una semplice banca dati per il controllo dei visti, ma di uno strumento capace di ricostruire reti di relazioni e abitudini personali. Un’altra funzione mostrava collegamenti tra persone riprese insieme dalle telecamere, creando mappe di relazioni tra studenti stranieri.

I cittadini provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda venivano etichettati come appartenenti all’alleanza “Five Eyes”, mentre residenti di Paesi come Iran, Israele, Pakistan, Egitto, Marocco e Sudan erano inseriti nella categoria dei “Paesi chiave”. Gli studenti internazionali, in particolare quelli pakistani e indiani iscritti all’Università Hebei North, avevano profili con informazioni su religione, corso di studi, stato civile e orari di accesso ai campus.

La mossa di Pechino

Il monitoraggio degli stranieri si inserisce in una strategia più ampia promossa dal presidente cinese Xi Jinping, che ha accelerato l’uso dei big data e dell’intelligenza artificiale nel settore della sicurezza interna.

Negli ultimi dieci anni la Cina ha investito miliardi di dollari in infrastrutture digitali, reti di telecamere, cloud governativi e sistemi di analisi predittiva. Aziende come Hikvision, Dahua, SenseTime e Megvii hanno sviluppato tecnologie in grado di identificare volti, targhe automobilistiche e schemi di movimento. Dopo gli attentati attribuiti a gruppi estremisti nello Xinjiang e le proteste di Hong Kong del 2019, le autorità hanno rafforzato ulteriormente gli strumenti di raccolta dati.

Anche altri Paesi utilizzano sistemi di sorveglianza avanzati, ma secondo numerosi esperti internazionali la differenza cinese sta nell’ampiezza dell’integrazione e nella debolezza delle garanzie contro gli abusi. Maya Wang, vice direttrice per l’Asia di Human Rights Watch, ha definito “senza precedenti” la capacità di combinare dati provenienti da fonti diverse in un’unica piattaforma. Greg Walton, ricercatore del SecDev Group canadese, ha parlato di una vera e propria “espansione incontrollata della sorveglianza”, alimentata da un ecosistema di fornitori tecnologici, appaltatori e agenzie di sicurezza.

L’importanza dei big data

Per gli stranieri che entrano in Cina il messaggio è chiaro: il controllo non si limita più al confine. La registrazione obbligatoria presso hotel o stazioni di polizia, l’uso di applicazioni digitali, i pagamenti elettronici, i biglietti ferroviari e aerei acquistati con documenti identificativi e la presenza capillare delle telecamere generano una quantità enorme di dati che può essere centralizzata e analizzata.

Il fatto che un sistema contenente numeri di passaporto, telefoni, fotografie e informazioni personali sia rimasto accessibile su Internet indica inoltre che il problema non riguarda solo la raccolta dei dati, ma anche la loro protezione. Per diplomatici, giornalisti, studenti e lavoratori stranieri la questione assume una dimensione geopolitica: i dati personali diventano una risorsa strategica, per l’analisi delle comunità straniere presenti nel Paese.

La Cina continua dunque ad attrarre investimenti, turismo e talenti internazionali, ma l’emersione di queste piattaforme mostra che l’apertura economica convive con un modello di governance digitale in cui la tracciabilità degli individui è considerata un elemento strutturale del potere statale.

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