È l’idolo della sinistra italiana, d’altronde è diventato premier senza passare per le .elezioni – era il 2018 – e anziché dimettersi perché non controllava più il parlamento né l’opinione pubblica poi le ha indette quattro volte in cinque anni. L’ultima volta, se escludiamo ieri, a luglio 2023, quando ha perso nettamente ma i Popolari non hanno trovato l’accordo con Vox e quindi Sánchez è rimasto imbullonato alla poltrona.
Il premier spagnolo è il simbolo dell’instabilità, di governo s’intende, ed ecco perché Pd, 5Stelle e la Bonelli&Fratoianni strillano contro la nuova legge elettorale voluta dalle «destre» che la stabilità la garantisce. Il testo esclude la possibilità di inciuci post-voto e che chi viene sconfitto possa comunque governare.
Troppe novità per il fronte progressista.
Sánchez è sempre stato il riferimento della Schlein (poi quando si è scoperto che Pedro ha aperto due centri-rimpatrio per i migranti nell’islamica Mauritania Elly è entrata in modalità «pausa teatrale») ma è stato di ispirazione anche per Conte, capace di governare con la Lega, rivendicare i decreti sicurezza e l’indomani, oplà, passare col Pd, spalancare i porti e spedire Salvini a processo.
Il premier socialista pur di restare a palazzo si è alleato con gli indipendentisti baschi e coi catalani che prima voleva far marcire in galera. Poi questi gli hanno garantito i voti necessari e olé, li ha riabilitati. Sánchez, i cui indagati nel partito superano quelli che siedono in parlamento (non è una battuta), è l’emblema dell’ipocrisia di quella sinistra che tuona contro chi vuole comprare il gas russo (non entriamo nel merito) e finge di non sapere – qualcuno magari non lo sa davvero – che Sánchez è tra i più grandi importatori europei di gas russo. In fondo la stabilità, forse, servirebbe anche alla sinistra.
