Il trionfo della Spagna ai Mondiali si è rivelato il perfetto specchio di una insanabile frattura geopolitica e culturale, partendo dal paradosso di Donald Trump sul podio a premiare la nazione da lui denigrata nelle settimane precedenti l'evento. Questo cortocircuito diplomatico ha costretto il leader della Casa Bianca a condividere la scena ufficiale con il premier Sánchez e il re Filippo VI, dopo aver definito la Spagna un Paese senza speranza per le dispute sui bilanci Nato, in uno scontro ravvicinato che approfondisce la frattura transatlantica e accelera la polarizzazione con Washington. Tale distanza politica poggia su una faglia ancora più profonda: quella culturale. Gli Stati Uniti non sono fatti per il calcio e l'America non giocherà mai davvero a calcio. Un'America che giocasse davvero a calcio non sarebbe più America.
Analizzando i giochi come specchio delle società, la cultura americana appare ossessionata dalla competizione pura, dal merito e dal controllo statistico. Il football e il baseball sono discipline iper-regolate e ingegnerizzate, nelle quali l'organizzazione tende a ridurre al minimo il peso del caso e lo sforzo atletico deve produrre un risultato il più possibile prevedibile e pianificato. Al contrario, il calcio è dominato dall'imponderabile. È un flusso continuo e caotico in cui si può perdere una finale per un autogol fortuito o una decisione arbitrale millimetrica. Questa componente di assoluta imprevedibilità ed estemporaneità è inaccettabile per l'etica capitalistica americana, mentre rispecchia la visione del resto del mondo, dove si accetta l'imprevisto della vita e dove anche il più debole può sconfiggere il più forte grazie a un singolo colpo di fortuna. Sottovalutando questa distanza antropologica, Trump è intervenuto sul podio seguendo la grammatica più consueta dello sport americano.
Negli Stati Uniti la presenza politica è un fattore sdoganato e rituale: si pensi al lancio della prima palla nel baseball, al lancio della monetina nel football, alla limousine presidenziale che percorre il circuito Nascar prima del via della gara, per non dire alle apparizioni dello stesso Trump nel wrestling dove è accolto trionfalmente. I fischi dello stadio e il disagio evidente durante la cerimonia indicano che il gioco più universale del pianeta rifiuta l'America. Ma è proprio questo il grande paradosso. Quella che avrebbe dovuto essere una contestazione di Donald Trump finisce invece per dimostrare la fondatezza della sua politica.
Agli occhi del suo elettorato, se il presidente viene fischiato nel momento più universale dello sport mondiale, ciò dimostra che la frattura tra l'America e il resto del mondo è ormai così profonda da rendere inevitabile una politica fondata innanzitutto sulla difesa esclusiva dei propri interessi nazionali.
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