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La casta dei giudici ammette: si evade per sopravvivere

Il presidente della commissione tributaria lombarda Chindemi: "Con la crisi c'è chi non paga per necessità". E sulla Tangentopoli fiscale: "Solo una mela marcia"

La casta dei giudici ammette: si evade per sopravvivere

«In Italia la pressione fiscale è insostenibile per i contribuenti onesti», per questo la crisi degli ultimi anni ha generato una vera «evasione di sopravvivenza», che va distinta da quella «delinquenziale». Eccolo, l'universo ferito dei giudici tributari, mentre all'indomani della Tangentopoli fiscale esplosa da nord a sud, pronuncia la sentenza umana che certifica il dramma di imprenditori, artigiani, commercianti e famiglie, piegati dalla recessione e soffocati nella morsa del Fisco. Eccola, quella stretta cerchia di giudici, avvocati, commercialisti, ma anche ragionieri e geometri, che ha il potere di spostare miliardi di euro tra Stato e contribuenti lavorando part-time, mentre all'inaugurazione di un amarissimo anno giudiziario ieri a Milano, riconosce che in fondo evasore non sempre è sinonimo di delinquente. E che dopo sette anni di crisi c'è davvero un'Italia stritolata, raccontata tra le pieghe delle oltre 27mila e 300 pendenze tributarie in Lombardia, per un valore complessivo di dieci miliardi di euro. «C'è chi davvero non ce la fa - spiega il presidente della commissione tributaria regionale, Domenico Chindemi - ed è spinto a soddisfare i bisogni primari, la famiglia, i figli, trascurando i doveri fiscali». Evasione «necessitata» dunque, che non va confusa con quella «congenita», propria di «grossi gruppi societari senza scrupoli», scandisce il presidente.Ma mentre parla nell'aula Magna del tribunale milanese i volti sono grigi e l'umore nero. Qui, nel cuore dell'inchiesta penale che ha scoperchiato le tangenti «aggiusta sentenze» e che ha portato agli arresti anche la «mente» dell'attività illecita, il giudice tributario Luigi Vassallo, aleggia il fantasma dell'«emergenza morale». Che Chindemi tenta di esorcizzare, insieme all'ipotesi della procura persuasa di essere sulle tracce di una vera rete alla base dei contenziosi pilotati, precisando che la «questione morale esiste nell'opinione pubblica», che «è vero che c'è stato qualcosa di marcio - aggiunge - sfuggito al nostro controllo, ma parlare di sistema mi pare eccessivo, la maggioranza dei giudici lavora con onestà e correttezza e non è giusto esporre la categoria al pubblico ludibrio». È stata, insomma, una «mela marcia». Ma l'albero ha «gli anticorpi, gli inquirenti faranno pulizia». Eppure i casi che solo a Milano sarebbero sotto la lente dei pm riguardano una quindicina di cause fiscali. «Prima di fare dichiarazioni strumentali in quanto al malcostume si guardino le statistiche degli altri rami della giustizia italiana», punge Attilio Sepe, associazione dei magistrati tributari. Qualcuno applaude in platea, due giudici onorari concordano: «Bravo, si guardi a cosa succede fuori». Ma se qualcosa è andato storto, riattacca ancora il presidente, è perché siamo «oberati di procedimenti», e «la gestione del fascicolo è lasciata, di fatto, al solo giudice relatore sui tre che compongono ogni commissione». Ecco che le deviazioni sono difficili da arginare: «Per questo motivo ho chiesto ai presidenti delle varie commissioni di esercitare un maggiore controllo sui vari procedimenti e studiarli bene per evitare qualsiasi abuso». Infine, l'ultima nota per accogliere il nuovo anno è un cahier de doleance al governo: «Abbiamo compensi simbolici e organico sottodimensionato. E servono giudici professionali. La riforma non è più rinviabile».

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