Da una parte l'illusione di piegare l'Iran con raid sempre più pesanti. Dall'altra il timore di ritrovarsi a combattere una di quelle "guerre senza fine" che ha promesso di risparmiare agli americani. È il bivio affrontato da Donald Trump dopo una settimana critica sul fronte di Hormuz. Una settimana che ha fatto carta straccia del Memorandum d'Intesa e di qualsiasi ipotesi di trattativa. Una settimana in cui i raid americani hanno messo nel mirino obbiettivi non solo militari come ponti, strade e porti marittimi. Mentre i missili e i droni iraniani hanno bersagliato le basi Usa nel Golfo (ferendo secondo la Cbs numerosi militari) e gli impianti di desalinizzazione e altre infrastrutture fondamentali per l'economia dei regni sunniti. Tutto questo mentre il prezzo del petrolio s'impenna e l'America torna a far i conti con un prezzo della benzina vicino ai quattro dollari al gallone.
L'aspetto strategicamente più devastante resta però la chiusura di Hormuz. Una chiusura che rischia di sancire la sconfitta politica e militare di Trump. Sconfitta politica perché a dispetto delle innumerevoli dichiarazioni di vittoria il Presidente appare incapace di garantire quella libertà di navigazione che l'America ha sempre rivendicato come fondamentale per l'Ordine internazionale. E alla sconfitta politica s'aggiunge quella militare. Perché pur possedendo la più potente forza militare del pianeta Trump appare incapace di piegare Teheran. The Donald e i suoi generali devono dunque capire come uscire dall'impasse. Fin qui hanno intensificato i raid aerei per chiudere le comunicazioni marittime e stradali e strangolare economicamente il paese. Ma mettere alle corde una nazione dove la paura blocca le reazioni dell'opinione pubblica non è facile. Anche perché nessuna guerra recente è stata mai vinta con l'impiego esclusivo dell'aviazione. Questo, dopo oltre 20mila obbiettivi colpiti dagli Usa, è ancor più vero per un Iran vasto cinque volte e mezzo e capace di approvvigionarsi non solo per via marittima, ma anche sfruttando frontiere che spaziano dall'Afghanistan alla Turchia, dall'Armenia al Turkmenistan e dall'Azerbaijan al Pakistan. Gli Usa rischiano dunque di fare i conti con uno Stretto di Hormuz bloccato a tempo indeterminato.
Un'alternativa, discussa martedì scorso nella situation room della Casa Bianca, è colpire i siti nucleari e contemporaneamente sbarcare su isole e coste della dorsale iraniana di Hormuz dal terminal di Kharg fino al golfo dell'Oman. Questo oltre a metter fuori gioco il più importante terminal petrolifero garantirebbe la distruzione delle infrastrutture missilistiche e delle basi usate per colpire le navi in transito. Ma a quale prezzo? Sbarcare con duemila marines a Kharg e sul litorale iraniano significa mettere in conto perdite consistenti. E prevedere una presenza militare prolungata nel tempo, ma costantemente minacciata dagli attacchi delle forze iraniane trincerate nei territori alle spalle degli americani.
Una situazione che pur garantendo transiti relativamente sicuri nelle acque di Hormuz costringerebbe gli Usa a far i conti con perdite contenute ma costanti. Insomma una guerra senza fine tragicamente simile a quelle che Trump ha sempre promesso di risparmiare agli americani. Il tutto a neanche quattro mesi dalle cruciali elezioni di Midterm.
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