È come se esistessero due Fakir. Mentre l'inchiesta sul dramma di domenica a Bologna muove i primi passi, prende forma il ritratto dell'uomo morto tra le mani dei due poliziotti, il marocchino Fakir Abderrahim. Ma di ritratti ne circolano almeno due, distanti e apparentemente incompatibili tra loro. Da una parte i racconti di amici e parenti, da cui emerge la figura di un lavoratore onesto, integrato, generoso con dipendenti e connazionali, che ne stanno facendo una nuova icona dell'opinione pubblica progressista. Dall'altra, il curriculum giudiziario che sta emergendo in queste ore, e che viene reso noto in parte dal sindacato di polizia Coisp: quello di uno spacciatore di droga e di un violento, incappato a più riprese nelle maglie della giustizia. I precedenti peggiori, compresa la condanna che lo spedì in carcere, sono risalenti ad anni fa; quelli più modesti sono più recenti. E tutti vengono ricostruiti in queste ore per andare a comporre il profilo della vittima.
Nei racconti dei familiari si affastellano le storie di una vita ordinaria e alacre, il permesso di soggiorno, la ditta di facchinaggio, i rapporti stabili con la comunità marocchina. Il fratello maggiore di Farik, Zorkan Hamid, accenna a un "piccolissimo precedente", un errore di gioventù, "poi si era rimesso in riga lavorando sodo". Non è chiaro a quale precedente si riferisca, perché il morto ne aveva in realtà inanellati più d'uno. Se il "piccolo" è l'arresto del 2001, quando aveva diciassette anni, per detenzione di droga, dire che Abderrahim si era "rimesso in riga" è un po' eccessivo. Anzi, Farik fa un salto di qualità e entra nel mondo del traffico di droga. E l'anno dopo, nel 2002 finisce nel mirino della Squadra Mobile e della Direzione distrettuale antimafia bolognesi, che scavano intorno a una organizzazione che cura importazione e distribuzione di droga. Abderrahim è uno di loro: non un capo, un gregario che lavora nei piani bassi del clan. Lo arrestano insieme ad altre cinquantadue persone nella retata conclusiva dell'inchiesta, lo portano a processo, il 6 gennaio 2004 arriva la condanna a quattro anni e due mesi di carcere. Dovrebbe restare dentro fino al 2008 ma nel 2006 arriva l'indulto e Farik torna libero. Nel frattempo su di lui indagano per traffico di droga anche i carabinieri del capoluogo emiliano, in un'inchiesta che però non sfocia in altre condanne. Farik Abderrahim si mette a lavorare, ma i guai non sono finiti. Nel 2019, rende noto il Coisp, viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio.
Di cosa si tratta? Secondo quanto si è potuto capire, la vicenda è simile in modo impressionante a quanto accaduto domenica a Bologna. Abderrahim è a bordo di un treno e si mette a dare in escandescenze con tale virulenza che il capotreno deve chiedere l'intervento della Polizia ferroviaria. E a quel punto, come l'altro ieri al Pilastro, la situazione degenera tanto che anche lì viene chiamata un'ambulanza. Ma non è finita: nel 2022 l'uomo viene denunciato nuovamente, questa volta per lesioni personali.
Non sembra nascere dal niente, insomma, il mezzogiorno tragico del Pilastro. Capire la storia di Farik serve a trovare un senso, una spiegazione.
Anche se i familiari si indignano col Coisp, parlando di "campagna di denigrazione"; e il difensore chiede: "Vorrei sapere da quali banche dati sono state attinte le informazioni su un suo precedente, lontano nel tempo. Si tratta di rivelazioni di segreto d'ufficio".
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