Ha vinto la sinistra. Chi pensava fosse "solo" la finale (bruttina) della Coppa del mondo di calcio, non ha capito il momento rivoluzionario che si è consumato domenica sera. È la sinistra che ha trionfato. È Pedro Sánchez, che oltre a essere fotogenico e socialista, pur in un mare di guai giudiziari è riuscito nell'impresa di far passare un'immagine angelicata di sé: quella del leader pacifista e pro migranti. Il primo ministro non era in campo a New York ma è come se avesse segnato in rovesciata il gol della vittoria. Ha trionfato lui e hanno perso Donald Trump e il "compare" argentino Javier Milei, liberista e filoisraeliano. "Non è un mondiale Maga" gioisce La Repubblica. "Da Madrid a Gaza è festa per la Spagna" titola Domani.
D'altra parte, l'Iran si rallegra ufficialmente: "La gioia del popolo e del governo amico di Spagna è la gioia del popolo e del governo iraniano" scrive il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. È finita l'epoca in cui il calcio era il calcio, fatte salve alcune circoscritte implicazioni geopolitiche colte per lo più da addetti ai lavori. Oggi anche chi di calcio non capisce (legittimamente) niente, politicizza il mondiale, come un festival canoro, o del cinema, o della letteratura. Tutto è politica, un'altra volta, con l'aggravante dei social che rischiano di rendere virale ogni delirio o faziosità. Il video della "prima" del Giornale è stato bersagliato d'insulti e parole di rivalsa.
È il trionfo di Gaza e del parolaismo pacifista. "Certe vittorie ci ricordano che la libertà può ancora prevalere" sentenzia Francesca Albanese. La Francia è uscita, ma la "Roja" ha pur sempre sfondato il catenaccio all'italiana dell'Argentina con un assist al bacio di Nico Williams, che in effetti ha una storia toccante da raccontare, quella della madre che, incinta del primogenito e partita dal Ghana col marito Felix, attraversò il Sahara a piedi e arrivata senza documenti alla barriera di Melilla, enclave iberica nel Nordafrica, con un escamotage si finse profuga liberiana per entrare illegalmente in Spagna. Storia delicata e controversa, come le politiche sull'immigrazione dei governi di sinistra. Faccenda troppo complessa per l'era della semplificazione imperante. Meglio limitarsi a Trump e alle sue gaffe. Gli influencer del politicamente corretto, dunque, vivisezionano le immagini della premiazione per scovare saluti irriguardosi degli spagnoli al presidente Usa. E impercettibili broncetti immortalati nei fermo immagine vengono esaltati come gesti di ardore rivoluzionario. Ilaria Salis fa il segno della vittoria pubblicando la foto di Lamine Yamal con la bandiera palestinese sul pullman del Barcellona campione della Liga. "Finalmente qualcosa di Giusto!" esulta la grillina Barbara Lezzi ora con l'ineffabile Di Battista. La narrazione unica pro Pal tracima. Spunta un video in cui Rodri intervistato da Aitana Bonmatí (campionessa e pallone d'oro femminile) mostra tutta la sua ammirazione per la centrocampista catalana, arrivando a dire che il suo obiettivo è "provare a eguagliarla". Femministe in estasi. "È un ribaltamento della aspettative", "scardina stereotipi". E il centrocampo diventa "il luogo dove nascono le idee, dove si decide il ritmo del gioco e dove il talento diventa visione".
La Spagna poi ha vinto il Mondiale maschile e femminile. Flashback su Almodovar, e intanto Penelope Cruz balla e gioisce. Le sta accanto Javier Bardem, che ormai non fa altro che parlare di Gaza e urlare "Free Palestine". Triplice fischio.
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