Governo in fuga da Palazzo Madama: i senatori giallorossi consegnano Salvini in mano ai giudici

La maggioranza dà l'ok al processo per sequestro di persona aggravato. Polemica sull'assenza dei ministri I leghisti escono dall'aula e non partecipano al voto

Roma Via libera: Palazzo Madama «autorizza«, Matteo Salvini sarà processato, la parola ai magistrati di Catania. Lui fa il duro. «Non ho paura dei giudici, non temo di diventare incandidabile e non ho un piano B». Ma intanto finisce alla sbarra, accusato di sequestro di persona aggravato, non una cosetta da nulla, e qualche apprensione deve pur averla. I suoi colonnelli, a partire da Giulia Bongiorno sono spaventati. Magari non accompagneranno il leader in galera ma, forse, lo vedranno spodestato nella guida del centrodestra dalla rampante Giorgia Meloni.

«Ho difeso la Patria, rifarei tutto», spiega il segretario leghista, anche se la sua strategia, dal sì in giunta un mese fa nonostante i numeri a favore all'uscita dall'aula dei senatori al momento del voto, non sembra geniale e rende persino inutile il soccorso renziano, che infatti non si concretizza. Solo 76 sì, i no sono 152, la mozione di Forza Italia e Fdi, che vogliono salvarlo, non passa. Restano le carte bollate e un procedimento pericoloso da affrontare dall'opposizione.

Seduta moscia, all'inizio, toni bassi, poco pathos, eppure all'ordine del giorno non c'è una questione di ordinaria amministrazione, bisogna decidere se far processare o no l'ex ministro dell'Interno per aver impedito per più di tre giorni lo sbarco di 131 migranti salvati nelle acque del Mediterraneo centrale dalla Gregoretti, una nave della marina militare. Succedeva il 27 luglio 2019, ma tutto il carico di polemiche sul ruolo di Conte e dell'intero gabinetto giallo verde all'epoca del blocco, dura ancora oggi. Molte le assenze. Spiccano i banchi vuoti del governo, Salvini ironizza e polemizza, il presidente del Senato Elisabetta Casellati però gli fa notare che in queste occasioni per regolamento «non è prevista la presenza dell'esecutivo».

Il dibattito entra nel vivo con la relazione di Erika Stefani, Lega, che illustra il lavoro svolto dalla giunta per le immunità e spiega come si è arrivati al sì alla richiesta dei magistrati siciliani. «È chiaro - dice - il coinvolgimento di tutto il governo, non è mai stata registrata una posizione contraria». La prova, insiste, sta nello scambio di mail tra il servizio diplomatico di Palazzo Chigi e la Farnesina. In giunta il centrodestra aveva la maggioranza però, a pochi giorni dalle regionali, Salvini aveva preferito non approfittarne: meglio presentarsi da vittima agli elettori. Un errore? Il calcolo non ha pagato nelle urne emiliane e nemmeno adesso appare una scelta saggia. Fino all'ultimo Giulia Bongiorno ha cercato di fargli cambiare idea. Pure ora, dal suo scranno, insiste: «Attenzione a non abdicare del tutto al nostro dovere-potere, gli atti politici non sono reato. Lo dico anche a Salvini, non si faccia provocare». Ma la decisione è già stata presa, il Capitano vuol tenere il punto e i leghisti usciranno al momento della conta.

Così è inutile aspettare le mosse di Matteo Renzi. «Non intervengo in aula ma voto», annuncia, dunque niente salvataggi, nessun asse tra i due Matteo. Del resto sulla prescrizione Italia Viva è già impegnata in un duello rusticano con il resto della coalizione, volentieri ora si risparmia di aprire un altro fronte. «Salvini vuole essere processato? Lo accontenteremo - gigioneggia l'ex premier - anche se fatico a vedere un reato e non un errore politico. Su questo decideranno i magistrati».

E gli altri garantisti? I radicali non salveranno il segretario del Carroccio. «È ridicolo - dice Emma Bonino - sostenere che una nave della marina militare italiana fosse una minaccia per la Patria. Voterò a favore dell'autorizzazione per dare a Salvini la possibilità di difendersi come tutti i cittadini dentro il processo non dal processo». Contrario invece Pierferdinando Casini, vecchia volpe democristiana, eletto nel Pd: «La ruota gira, colleghi. Quello che succede a Salvini oggi può capitare domani a Zingaretti o a qualcun altro, dobbiamo opporci alla supplenza dei pubblici ministeri». Non la pensano così i grillini e il Pd. «Salvini si contraddice, è in stato confusionale», attacca Vito Crimi, reggente 5s. E il dem Dario Parrini: «Non agì per ragioni di Stato ma per una più bassa ragione di partito, visto che è allergico allo Stato di diritto».

E gli animi si incendiano quando la parola tocca all'ex ministro dell'Interno. Cori, grida, citazioni di figli e di Montanelli, la Meloni «solidale» in tribuna, persino uno scontro fisico tra grillini e leghisti, una volta alleati, subito represso dai commessi del Senato. La conta dura fino a tarda sera ma a pranzo è tutto finito. «Rifarei tutto - commenta Salvini - anzi, lo rifarò».