Mascherine e polemiche. L'ira di Arcuri (contestato) sui "liberisti da divano"

Il commissario difende il prezzo calmierato. Ma la protesta dei produttori non si ferma

Mascherine e polemiche. L'ira di Arcuri (contestato) sui "liberisti da divano"
Una scorta di mascherine chirurgiche (LaPress)

Una farmacia di Milano: «Vendiamo un pacco di mascherine chirurgiche da 50 pezzi a 30 euro, 50 centesimi l'una più Iva. I clienti sono contenti, prima dal giornalaio o dal fruttivendolo le trovavano a 3 euro l'una».

Dunque, senza l'Iva (come ha promesso il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri ieri alla Camera), il prezzo cala a 50 centesimi. Come ha stabilito il commissario Domenico Arcuri per «eliminare una vergognosa speculazione».

Ma le polemiche legate al prezzo calmierato sono piovute violentissime e hanno fatto vacillare l'immagine rassicurante offerta dal commissario quando si rivolge alla nazione. «Avrei tanta voglia di parlare dalla trincea in cui da 40 giorni mi trovo con il dottor Borrelli e i nostri collaboratori, di parlare dei liberisti che emettono sentenze quotidiane da un divano con un cocktail in mano. Ma non lo farò, il mio dovere è lavorare».

La stoccata è mirata. Ma senza fare nomi e cognomi, la sintesi del messaggio è «venite voi a risolvere questi giganteschi problemi invece di pontificare dal salotto».

Già, perché per pensionati o famiglie con figli, comprare la mascherina protettiva e obbligatoria a 50 centesimi è una vera boccata di ossigeno. Per una famiglia di quattro persone fanno due euro al giorno e non dodici. E sembra che non dovranno più scarseggiare. La promessa è quella di distribuire già da lunedì 12 milioni di mascherine al giorno, da giugno 18 milioni, da luglio 25 milioni, da settembre «almeno» 30 milioni al giorno. «Ho emanato un'ordinanza che ha fissato il prezzo massimo di vendita al consumo nell'esclusivo interesse dei cittadini, non l'ho emanata sul prezzo di acquisto» precisa Arcuri visto che «non c'è ancora un mercato capace di fissare un valore allineato» alla domanda e all'offerta.

In effetti il prezzo di questi minuscoli oggetti prima della crisi utilizzati solo in sala operatoria, costavano «otto centesimi ricorda Arcuri - sei volte in meno del prezzo massimo che abbiamo fissato. E quindi gli 11 centesimi servono garantire un minimo di ricarico per le aziende».

Ma loro, le aziende, sono contente? «Il prezzo di 0,39 euro, è stato concordato con cinque imprese (Fab, Marobe, Mediberg, Parmon e Veneta Distribuzione, ndr) che produrranno 660 milioni di mascherine - spiega il commissario - in 40 giorni abbiamo strutturato la produzione italiana con 108 imprese che hanno avuto incentivi per convertire la loro normale produzione e compreremo tutto quello che produrranno. In 105 ci hanno ringraziato, solo uno ha avuto qualche dubbio».

Grossisti e rivenditori però si ribellano sostenendo che il prezzo è troppo basso. Ma Arcuri sottolinea che «nessuno dovrà rimetterci, a partire dalle imprese produttrici, dalle farmacie e dalle parafarmacie. Stiamo sconfiggendo i vergognosi episodi registrati negli ultimi mesi. Sulla salute non si specula».

Ma non si può ignorare neppure la «salute» delle imprese, quelle si occupano dei dispositivi medici e che rischiano il collasso per problemi di liquidità. Massimiliano Boggetti, presidente di Confindustria dispositivi medici lancia l'allarme: «Non una parola è stata spesa dal governo che sta mettendo a punto il Def sulla richiesta di sbloccare i pagamenti che le imprese aspettano dalla Pa. Un debito complessivo non ancora saldato pari a 1,9 miliardi di euro. Quello che chiediamo - continua Boggetti - è che il provvedimento venga ampliato alle aziende della sanità in modo che una prima iniezione di liquidità possa arrivare dal pagamento dei debiti che la Pa ha accumulato nei confronti di un comparto che porta su di sé il peso dell'emergenza sanitaria».

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