Pasticcio sui numeri L'Iss "sbianchetta" 1.390 morti da virus

Dati diversi dalla Protezione civile, le anomalie sul Piemonte. E vogliono dare le pagelle alle Regioni?

La mano destra usa una calcolatrice, quella sinistra un'altra. E i numeri non tornano. Peccato che sarà proprio con la calcolatrice in mano che verranno prese le prossime decisioni che influiranno sulla nostra vita. Soprattutto quella più importante, il via libera agli spostamenti tra regioni che dovrebbe arrivare il 3 giugno ma solo per quelle con una «buona» pagella epidemiologica. Per questo colpisce la sensibile differenza tra i numeri forniti dal ministero della Salute e resi noti dalla protezione civile il 21 maggio e quelli contenuti nel report intitolato «Caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all'infezione da SARS-CoV-2 in Italia» diffuso dall'Istituto superiore di sanità e scaricabile dal sito dello stesso ministero della Salute, attraverso un link all'Epicentro dell'Iss, relativi allo stesso giorno.

L'errore da matita blu in artimetica riguarda il numero di morti. Ne spariscono 1.390 (da 32.486 a 31.096). E già questa è una stranezza anche se va detto che nel report dell'Iss si parla di «campione». Ma che campione è il 95,72 per cento dell'universo? C'è qualcosa che non va, è chiaro.

Il sospetto di qualche pasticcio cresce quando si comparano i dati delle due liste regione per regione. Si scopre in questo caso che la gran parte degli scomparsi due volte sono del Piemonte, che passa da 3.742 a 2.616 deceduti. In questa regione, insomma, viene sbianchettato quasi un morto su tre, il 30,09 per cento. Nelle altre regioni la dscrasia tra i dati è molto inferiore, in qualche caso quasi trascurabile. Mancano 83 morti nelle Marche, 65 in Lombardia, 50 in Puglia, 49 in Campania, 31 nel Lazio e altri qua e là. Ci sono anche regioni che nel reporto dell'Iss hanno più morti che nel bollettino della Protezione civile: il Veneto, la provincia autonoma di Trento, il Friuli-Venezia Giulia, la Sicilia, la Valle d'Aosta, la Sardegna e la Basilicata. In pratica solo in quattro casi (Puglia, provincia autonoma di Bolzano, Umbria e Molise) i conti tornano. Non proprio rassicurante, visto che si tratta di morti. O forse dovremmo dire di zombie.

Fonti dell'Iss da noi consultate trovano tutto assolutamente normale e ci spiegano che «i morti riportati nel bollettino settimanale sono basati sul flusso sorveglianza integrata Covid-19 dell'Iss. Questo raccoglie per ciascuna persona diagnosticata con Covid-19 varie informazioni tra cui la data di decesso. Tali informazioni individuali hanno un ritardo rispetto a quelle comunicate tempestivamente alla protezione civile. La differenza è quindi attesa e in linea tra i due sistemi di raccolta dati». Una spiegazione che sarebbe accettabile se gli scostamenti fossero distribuiti in maniera uniforme tra le regioni. Il fatto che invece la gran parte della differenza sia concentrata in una sola regione rende la spiegazione dell'Iss abbastanza zoppicante. Non è questione di tempi ma di luoghi, non di quando ma di dove.

Anche perché lo strano fenomeno di resurrezione collettiva altera in modo decisivo alcuni degli altri numeri del report. Il Piemonte passa dall'11,5 all'8,4 della percentuale di morti sul totale nazionale e la Lombardia supera il 50 per cento del totale, passando dal 48,4 dei dati del ministero della Salute e della Protezione civile al 50,4 dell'Iss. Una soglia psicologica piuttosto importante.

Gli altri dati del report Iss segnalano che l'età media dei pazienti deceduti e positivi al Covid-19 è di 80 anni, di quasi vent'anni superiore rispetto all'età media dei contagiati, che le donne sono il 40,6 per cento, che la maggiore percentuale di comorbilità dei morti riguarda la pressione arteriosa (68,3 per cento) e il diabete di tipo 2 (30,1), che il 59,6 per cento dei deceduti aveva almeno altre tre patologie, che solo il 7,7 per cento dei casi la diagnosi di ricovero non riferiva di condizioni o sintomi compatibili con il Covid-19, che i sintomi più comuni nei pazienti deceduti erano la febbre (76 per cento), la dispnea (74) e la tosse (38), che la complicanza più comune è stata l'insufficienza respiratoria (96,9 per cento dei casi), che la terapia antiiotica è stata la più utilizzata (86 per cento), davanti a quella antivirale (59) e che il tempo mediano trascorso dall'insorgenza dei sintomi al decesso è di 11 giorni.

Tutti numeri importanti. Ma ci fideremmo di più se capissimo che fine hanno fatto quei 1.390 morti cancellati, quasi tutti piemontesi.

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