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"Pride da ipocriti, cacciano gli ebrei e tacciono sui gay uccisi dall'islam"

L'esponente della comunità Lgbtq Aurelio Mancuso: "Non mi riconosco più nel movimento"

"Pride da ipocriti, cacciano gli ebrei e tacciono sui gay uccisi dall'islam"
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Aurelio Mancuso, esponente della comunità Lgbtq ed esponente di Sinistra per Israele, ha parlato con Il Giornale sulle contraddizioni dei Pride tra bandiere pro Pal e silenzi sull'assenza di diritti per gli omosessuali nei Paesi islamici.

Qual è la sua posizione sulla presenza costante, anche se ultimamente inferiore, delle bandiere palestinesi nei vari Pride italiani, da Milano a Roma fino a Napoli e nelle altre città?

"Personalmente, la presenza di queste bandiere non mi dà fastidio. Quello che non sopporto è la strumentalizzazione, attraverso la loro esposizione, di un tema complesso come il conflitto tra Israele e Palestina. Nei vari Pride si impone l'idea di una Palestina liberata dal fiume al mare, il che significa la cancellazione di Israele e si nega la possibilità alle persone ebree o israeliane di sfilare nei Pride con i propri simboli. Questo è lo stravolgimento ideologico che c'è stato negli ultimi anni nei Pride italiani e non solo".

La Palestina di oggi è però una realtà islamica che non tollera l'omosessualità.

"Essere a favore della fine della guerra in Palestina, in particolare a Gaza, e auspicare finalmente un nuovo periodo in cui i palestinesi possano vivere in pace attraverso un percorso per due Stati, due popoli, si pone in netta contraddizione rispetto al silenzio che questi Pride operano ormai da tempo sulla condizione degli omosessuali nei Paesi islamici".

Qual è la reale condizione delle persone omosessuali in quei territori?

"Nella Palestina come la intendono loro, i gay nel migliore dei casi vengono incarcerati e torturati, e nel peggiore vengono ammazzati, così come negli altri Paesi islamici. A volte questo avviene purtroppo per mano delle stesse famiglie a causa dell'arretratezza culturale, a volte, invece, ad opera dei tribunali islamici".

Questo silenzio non è una contraddizione rispetto alla storia dei Pride e di chi lo ha istituito?

"Sì, certo. Significa compiere una gravissima omissione rispetto ai diritti civili. Il movimento omosessuale mondiale è nato proprio per far emergere dalla clandestinità gli omosessuali di tutto il mondo, per salvare vite e dare finalmente cittadinanza alle persone in quanto tali. Non volersi occupare di questo significa dimenticarsi di questi fratelli e sorelle. Io non mi riconosco più da tempo nel movimento Lgbt italiano. Faccio certamente parte della comunità e vivo alla luce del sole, ma l'ideologizzazione che è stata iniettata nei programmi e nelle organizzazioni dei Pride italiani porta alla discriminazione e al silenzio rispetto a ciò che accade nel mondo".

Perché non si riesce più a distinguere la legittima richiesta di pace a Gaza dalla difesa dei diritti umani all'interno del mondo islamico?

"Il movimento Lgbt ci arriva per ultimo. Se pensiamo al fenomeno woke, alla cancel culture e al transfemminismo, cioè a tutti quei movimenti nati in America negli scorsi anni, vediamo che criticano fortissimamente e negano i valori liberali e democratici dell'Occidente perché ritenuti imperialisti e colonialisti, generalizzando il tutto. Questi movimenti ormai guidano un'intera parte dell'opinione pubblica mondiale, e purtroppo proprio quella progressista. Bisogna dirsi le cose come stanno: se a destra ci sono ancora molti problemi rispetto ai diritti omosessuali e permangono molte discriminazioni, a sinistra questa confusione tra la libertà di criticare ciò che fanno gli Stati e il rifiuto della democrazia ha portato a un cortocircuito".

In cosa si traduce questo cortocircuito?

"Si traduce nel fatto che oggi nei cortei dell'8 marzo si respingono perfino le donne stuprate e uccise da Hamas il 7 ottobre 2023, e si accolgono invece le organizzazioni palestinesi che quegli stupri e quei pogrom non solo non li hanno

condannati, ma li hanno persino esaltati. Io mi sento fieramente di sinistra, ho una storia radicata in questo Paese e parlo di una sinistra riformista ma non faccio parte di questa schiera che non ha più nulla di riformismo".

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