Li si incontra lungo i sentieri, sulle creste o in cima alle montagne, come fossero nei nanetti di pietra. E per molti escursionisti sono esattamente quello che vogliono rappresentare, un elemento caratteristico del paesaggio alpino. Ma la diffusione sempre più massiccia dei cosiddetti "uomini di pietra", le piccole colonne costruite impilando sassi, suscita una certa preoccupazione tra associazioni alpinistiche e studiosi dell'ambiente montano.
A lanciare l'allarme è il Club Alpino Austriaco (ÖAV), secondo cui la moda di costruire nuovi cumuli di pietre rischia di alterare ecosistemi particolarmente delicati. Le tradizionali pile di sassi, note in molti Paesi come cairn, hanno infatti una funzione ben precisa. Da secoli vengono utilizzate come punti di orientamento sui sentieri dove la traccia è poco evidente, sui ghiaioni, sulle creste rocciose o in condizioni di scarsa visibilità. Prima ancora della moderna segnaletica escursionistica costituivano uno dei principali strumenti per guidare viandanti, pastori e alpinisti, aiutandoli a mantenere il percorso corretto.
In Alto Adige esiste perfino una località che prende il nome dagli uomini di pietra, sul massiccio del Renon, sopra la Val Sarentino. Le suggestive colonne di arenaria sono circondate da leggende popolari e vengono citate già in documenti risalenti a circa cinque secoli fa. Secondo la tradizione sarebbero state erette dai pastori, sia come riferimento sul territorio sia, più semplicemente, durante le lunghe permanenze in quota. Alcuni ritrovamenti archeologici lasciano però ipotizzare che parte di queste strutture possa avere origini ancora più antiche.
Il problema nasce quando la pratica perde la propria funzione originaria e diventa un gesto puramente estetico, anzi folcloristico. In alcune località alpine gli ometti costruiti dai visitatori si contano ormai a decine o addirittura a centinaia. "Sono belli, ma non devono diventare un fenomeno di massa come le monetine lanciate nella Fontana di Trevi", osserva il presidente del CAI Alto Adige, Carlo Alberto Zanella. Il rischio, sottolinea, è duplice: da un lato si snatura una tradizione secolare, dall'altro si possono creare falsi punti di riferimento che finiscono per confondere gli escursionisti invece di aiutarli.
Alle ragioni della sicurezza si aggiungono quelle ambientali. Secondo il biologo Sebastian Pilloni, ranger del Parco naturale del Karwendel, ogni pietra rappresenta un piccolo habitat per insetti, licheni, muschi e altri organismi adattati alle condizioni estreme dell'alta quota. Spostarle significa alterare un equilibrio molto fragile. La stessa valutazione arriva dall'Università di Innsbruck: rimuovere le pietre espone il terreno sottostante all'essiccamento e all'erosione provocata dalla pioggia, modificando il microclima locale e compromettendo habitat che impiegano molto tempo per ricostituirsi.
Per questo motivo il Club Alpino Austriaco, pur senza voler vietare o sanzionare, punta a sensibilizzare gli escursionisti a lasciare intatto il paesaggio
montano. L'etica dell'esscursionista è improntata al "Leave No Trace": attraversare la montagna lasciando il minor numero possibile di tracce del proprio passaggio. Anche resistendo alla tentazione di impilare qualche sasso.
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