«Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione» (Fëdor Dostoevskij, L’idiota). C’è una cosa che non abbiamo più nei nostri occhi, ed è la compassione. L’abbiamo persa piano, senza nemmeno accorgercene, come si perde una lingua che non si parla più.
Di Gesù, nel Vangelo, si dice molto spesso che guardava con compassione le persone che incontrava. Guardava con compassione il dolore di una madre che aveva perso un figlio. Guardava con compassione un lebbroso che gli chiedeva la guarigione. Guardava con compassione le folle affamate che per un’intera giornata gli erano andate dietro, stanche e sfinite. Non è un dettaglio. È quasi una firma. Ogni volta che il Vangelo vuole dirci chi è Gesù, prima ancora di raccontare cosa fa, ci dice come guarda. La compassione non è una commozione che riguarda semplicemente la pancia. È la testimonianza che ci funziona ancora il cuore. Essere feriti dalla gioia e dal dolore che incontriamo intorno a noi è sintomo di umanità. Non sempre abbiamo i mezzi per corrispondere a quella gioia e a quel dolore. Ma il solo fatto di sentirli dentro di noi è già una conquista. In un tempo che ci insegna a proteggerci da tutto, anche solo lasciarsi attraversare da qualcosa è, oggi, un atto di resistenza.
Troppo spesso ci schermiamo dietro cuori induriti. Abbiamo trasformato perfino la cronaca nera in uno spettacolo a cui assistiamo come fosse un gioco. Scorriamo il dolore degli altri con lo stesso gesto del pollice con cui scorriamo tutto il resto. E il pollice, si sa, non trema mai. I grandi totalitarismi e le ideologie più feroci hanno sempre avuto una tecnica infallibile per affermare la propria posizione: ridurre l’altro a un numero, cancellargli il volto, dimenticare che dietro quel numero c’è una persona. Non serve un regime per farlo. Bastano alcune delle parole che usiamo ogni giorno nei confronti del prossimo: sono già un modo per prendere le distanze dalla sua umanità. Dimentichiamo che dietro quelle etichette ci sono gioie e dolori, storie che hanno smesso di raggiungere il nostro cuore perché noi, per primi, abbiamo smesso di lasciarle entrare.
Abbiamo smesso di avere compassione. Ed è per questo che siamo diventati incapaci di miracoli. Perché i miracoli nascono soltanto lì dove l’umanità funziona ancora. Gesù faceva miracoli perché, essendo veramente Dio, era anche veramente uomo. Ed è nell’umanità, non nella potenza, che si apre lo spazio del miracolo. Dovremmo domandarci più spesso che fine ha fatto la nostra umanità. Ma bisogna stare attenti anche all’illusione della compassione, quella che si professa a parole senza costare mai nulla.
Aveva ragione Lev Tolstoj quando scriveva: «Siedo sulla schiena di un uomo soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desiderio di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena». È una descrizione impietosa di tutti noi.
