Chi adotta spesso cani (come me), specie se randagi, se ne è accorto da solo, chi non l’ha mai fatto ha talvolta dei pregiudizi, gli stessi di chi spesso sceglie i bambini da adottare: questo cane mi sembra aggressivo, quest’altro troppo timido, quest’altro ha delle fobie, questo ha un brutto carattere. I cani cambiano, come le persone.
Uno studio pubblicato su Scientific Reports da Lisa Hoth-Zimak e altri sei ricercatori, soprattutto della facoltà di Veterinaria della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, ha seguito per sei mesi 158 cani randagi o provenienti da rifugi di diciotto Paesi, adottati da 151 famiglie tedesche. I proprietari sono stati intervistati cinque volte (ancora non possiamo intervistare i cani), dall’arrivo fino al sesto mese, per valutare paura, socialità, gioco, risposta al richiamo, comportamento al guinzaglio e reazioni alla solitudine e il miglioramento più rapido è avvenuto nelle prime sei settimane, quando il cane cominciava a capire che la nuova casa non era l’ennesima tappa di un viaggio. Vi sorprende? In fondo è normale.
I cani descritti come generalmente “rilassati” sono passati dal 60 al 93 per cento, i comportamenti legati all’ansia da separazione (piangere, abbaiare o distruggere oggetti quando rimanevano soli, segnali di depressione e disorientamento) sono scesi dal 45 al 24 per cento. Quelli che giocavano con un oggetto sono invece saliti dal 49 al 72 per cento e miglioravano progressivamente anche la tranquillità durante le passeggiate e la risposta al richiamo. Il cane adottato, insomma, dopo sei mesi sembrava spesso avere un altro carattere. O forse siamo stati noi a scambiare per carattere la sua paura iniziale? Questo il vero argomento di un animale, il miglior amico dell’uomo, così lo chiamiamo, che crediamo di conoscere e conosciamo poco e non per colpa sua.
È difficile, infatti, stabilire la personalità di un animale appena trasferito per centinaia o migliaia di chilometri, separato dagli odori, dagli ambienti e perfino dagli eventuali compagni che conosceva (i suoi amici). Sbagliato assegnare un’identità permanente a ogni comportamento: il cane non mostra paura, è “ansioso”, non si avvicina agli estranei, è “asociale”, ringhia quando viene toccato, è “aggressivo” (pensate se finiste in casa di sconosciuti dopo una lunga avventura e cominciassero a stropicciarvi). La ricerca suggerisce una cosa ovvia e talvolta poco compresa: molte di queste definizioni possono descrivere una condizione provvisoria, prodotta dallo stress e dall’incertezza, non l’essenza immutabile dell’animale.
Per molti randagi la difficoltà non è soltanto affezionarsi alla nuova famiglia: devono imparare un’intera civiltà materiale, il guinzaglio, l’ascensore, le automobili, il citofono, l’aspirapolvere, le scale, il traffico, magari bambini scatenati e una zia che gli si appiccica. Circa la metà dei cani, all’inizio, aveva paura di oggetti comuni o di rumori come sirene, botti e automobili. Più che cani difficili, a volte sono immigrati culturali precipitati in un mondo del quale non conoscono né le regole né i rumori.
Anche il gioco è meno frivolo di quanto sembri. Per inseguire una pallina o mordere un pupazzo il cane deve sentirsi abbastanza sicuro da smettere per un momento di sorvegliare l’ambiente. Da ricordare: un animale che non gioca non è necessariamente triste o apatico, non proiettiamo sugli altri ne nostro categorie mentali (vale anche per gli altri essere umani): può essere ancora troppo occupato a capire se qualcuno intenda mangiarsi lui.
Altri risultati dello studio: la presenza di un altro cane in casa era associata a risultati migliori dopo sei settimane e dopo sei mesi mentre un compagno della stessa specie può ridurre lo stress, mostrare che gli esseri umani non sono pericolosi e insegnare indirettamente come ci si comporta in quell’ambiente. Il cane di casa diventa così una specie di interprete simultaneo tra il nuovo arrivato e la famiglia.
Un fatto curioso: i cani che non avevano frequentato corsi di addestramento mostravano punteggi migliori di quelli portati da un educatore. Non implica che l’addestramento peggiori gli animali: molto più banalmente, sono i cani con maggiori difficoltà a essere mandati dall’addestratore (come accade con gli psicoterapeuti, non è la terapia a produrre i problemi, sono i problemi a produrre la terapia).
Lo studio, va detto, ha un limite: i comportamenti non sono stati osservati direttamente dai ricercatori, ma riferiti dai proprietari, i quali potrebbero aver sopravvalutato i progressi o essersi semplicemente abituati alle difficoltà. Inoltre, per essere scientifici, manca un gruppo di confronto composto da cani adottati localmente. Più che la personalità in senso stretto, la ricerca misura quindi quanto bene gli animali riescano a adattarsi alla vita domestica, o almeno quanto bene ritengano che si siano adattati gli esseri umani con cui vivono.
Tra l’altro non tutti si adattano. Due cani rimasero tanto terrorizzati da non uscire mai di casa durante tutti i sei mesi dello studio. E, se quasi l’80 per cento dei proprietari ha dichiarato che avrebbe ripetuto l’adozione internazionale, il 13 per cento non lo avrebbe rifatto. D’altra parte gli stessi autori si chiedono se trasferire in un appartamento un animale cresciuto senza alcuna socializzazione umana sia sempre davvero un salvataggio. Il lieto fine non consiste nel portare ogni cane dentro una casa, casomai nel chiedersi quale vita quella casa possa offrirgli. E poi, altro dato mancante: che carattere hanno i proprietari umani? Se fossi un cane, vedendo molte persone, sceglierei di tornarmene per strada.
