Sigfrido Ranucci definito «mafioso e megalomane» da un suo storico ex collaboratore come Alberto Nerazzini e l’ex Pg di Palermo Roberto Scarpinato definito «depistatore» dal gip di Caltanissetta Santi Bologna si alleano in nome dell’Antimafia, a rivendicare la sopravvivenza di Report e di trent’anni di verità claudicanti e di suggestioni come la «pista nera» e Silvio Berlusconi stragista, strombazzate di fronte al silenzio sui pezzi grossi della Procura di Palermo «covo di vipere» come Giuseppe Pignatone, beccati a trescare con imprenditori in odore di mafia. Fa già ridere così, c’è però il dossier mafia-appalti dei Ros di Mario Mori, considerato dalle sentenze concausa delle stragi di Capaci e Via d’Amelio, che coinvolge proprio questi imprenditori e che è stato frettolosamente archiviato da Scarpinato - tacendolo a Paolo Borsellino cinque giorni prima che morisse - su cui la Procura di Caltanissetta ha deciso di fare luce.
Ma per questa antimafia con la a minuscola, ferma al Duemila come il nome, è tabù. «Contro Ranucci c’è stato un attentato mafioso di cui nessuno parla», tuona Giorgio Bongiovanni mentre si tiene le mani fasciate, lui eletto di Gesù e le stigmate ricevute il 2 settembre 1989 a Fatima. Dopo di lui parla Jamil El Sadi, il braccio destro proPal di Bongiovanni che ha insultato il presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo, oltraggiando la commemorazione delle stragi. Ranucci è come l’icona di Wikileaks Julian Assange, c’entra sempre Gaza, che per Scarpinato «è il laboratorio del nuovo, disumano ordine mondiale». C’è la solita compagnia di giro. Il direttore del Fatto Marco Travaglio, i mafiologi Saverio Lodato e Paolo Mondani, i legali Fabio Repici e Luigi Li Gotti che tronfio annuncia di aver denunciato il pm di Caltanissetta Salvatore De Luca per falso dopo aver sparato a zero sul gip Bologna, l’ex pm Luigi de Magistris e Nino Di Matteo, che si è bevuto le panzane del finto killer di Borsellino, Vincenzo Scarantino, ma guai a dirlo.
I nuovi girotondi ballano sulle macerie dell’antimafia, evocano «Gladio, P2 e Mossad, Nethanyau e gli Usa, gli Epstein files» dietro la bomba a Sigfrido - cacciato poche ore prima da Report - si parla del ddl antisemitismo, del film Naza e della legge elettorale (sic!) come tasselli di un unico disegno di una Spectre mondiale contro «operaismo, ambientalismo e femminismo» che non vuole le «verità scomode sulle stragi» ma solo Mondani nomina Walter Lavitola. Silenziare la loro casella postale preferita dopo anni di scoop imbeccati è un favore «agli organi di informazione asserviti a un regime che soffoca la democrazia».
Non è Zelig ma la sinistra stampella contro l’odiata Giorgia Meloni, che per Salvatore Borsellino «depista le Procure tramite la commissione Antimafia» e che ha paura del Ranucci «politico», vittima per Repici di una «campagna nazista» perché frequentava «pendagli da forca del giornalismo» che scodinzolavano di fronte «ai parlamentari neofascisti usciti dalle fogne per prendere il potere», gli stessi che propalano «balle di Stato» mentre «nel Tg1 di Gian Marco Chiocci non si parla di mafia», ma su Lavitola silenzio. Nel polpettone complottista finisce De Magistris, fatto fuori dalla sinistra giudiziaria e da Giorgio Napolitano, ma tant’è. Il senatore M5s Scarpinato con la vocina sottile gioca il ruolo di vittima, Li Gotti accusa De Luca di essere al soldo di un governo «protettore di corrotti e di genocidi». Toghe contro toghe, eccolo, il cortocircuito definitivo. E i boss se la ridono...
