C' è una data che Russell R. Reno tratta come la vera frontiera del Novecento, e non è il 1989. È il 1945. Da quella catastrofe, sostiene il direttore di First Things, l'Occidente non è uscito con una dottrina ma con un esorcismo. È questa la tesi del Ritorno degli dèi forti (prefazione di Michele Silenzi, traduzione di Stanislao Leone, Liberilibri).
La risposta agli orrori dei campi di sterminio e delle trincee fu un sistema di imperativi negativi (antifascismo, antitotalitarismo, anticolonialismo, antirazzismo) il cui scopo profondo non era costruire bensì dissolvere qualcosa. Dissolvere le convinzioni forti e le lealtà appassionate che si riteneva avessero alimentato le ideologie assassine. Per impedire il ritorno di Hitler bisognava disinnescare ogni assoluto, relativizzare l'idea stessa di verità, rendere il mondo "aperto", fluido, leggero. Reno chiama questa operazione "consenso postbellico" e ne individua il principio metafisico nell'indebolimento.
Gli "dèi forti" del titolo non sono Thor e gli abitanti del Valhalla. Sono gli oggetti dell'amore e della devozione degli uomini: la verità, la patria, la fede, la comunità, ma anche le loro contraffazioni omicide (il nazionalismo razziale, il comunismo, l'antisemitismo). Il dopoguerra, terrorizzato dai secondi, ha deciso di liquidare anche i primi. Ha confuso l'amore che nobilita con l'amore che perverte, e ha scelto di non amare più nulla che fosse abbastanza grande da poter chiedere un sacrificio.
La parte più sorprendente del libro è la genealogia intellettuale di questo programma, perché Reno non la cerca a sinistra. Il testo fondativo è La società aperta e i suoi nemici di Karl Popper, dove l'attaccamento alla nazione viene bollato come una forma di razzismo e ogni pretesa di verità trascendente come l'anticamera della società chiusa. Ma accanto a Popper sfilano Hayek, Milton Friedman e perfino Camus. È qui che la diagnosi diventa scomoda per i lettori di destra: il santo laico dell'esistenzialismo francese e l'allegro economista di Chicago, agli antipodi su tutto, condividono per Reno un'unica fede, l'ostilità alla trascendenza. Friedman, in Capitalismo e libertà, corregge Kennedy e nega che la patria possa essere "il padrone o la divinità" dei cittadini: la nazione è solo la somma degli individui, il mercato un perfetto sistema di pesi e contrappesi che rende superflua la virtù pubblica. Anche il liberismo, insomma, è una terapia del disincanto. Anche il libero mercato lavora a rimpicciolire i mondi degli uomini perché nessun dio forte torni a calpestarli.
Questa tesi rende preziosa la prefazione di Michele Silenzi, che ha il coraggio di esibire l'imbarazzo. Liberilibri è casa editrice di limpida tradizione liberale, e Silenzi ammette che le pagine di Reno su Hayek e Friedman hanno lasciato "diverse perplessità". Pubblicare un libro che processa i propri numi domestici è gesto editoriale raro e onesto, e dà la misura di quanto la diagnosi sia capace di scompaginare gli schieramenti.
Il paradosso che Reno persegue con freddezza è il seguente: l'indebolimento ha avuto un successo così totale da capovolgersi nel suo contrario. La cultura dell'apertura è diventata la nuova ortodossia, e una ortodossia punitiva. Chi non si riconosce nei suoi dogmi viene espulso dal consesso civile come selvaggio, primitivo, nostalgico, proto-fascista. La parte "debole" è diventata la parte "forte", dominante e intollerante, al punto da non vedere più nulla, men che meno la collera che montava dal basso. Da qui il populismo, che Reno si rifiuta di leggere come parentesi di paura e ignoranza. È invece il sintomo di un bisogno extra-razionale e antichissimo: appartenere a qualcosa di vero, avere una casa spirituale, riconoscere un noi. Una società senza metafisica, scrive, è una società morta: lavora, consuma, si muove, ma non sa più né perché né per chi.
Il lettore italiano avverte subito una eco familiare. La "metafisica dell'indebolimento" è cugina prossima del pensiero debole, con la differenza che ciò che Vattimo celebrava come emancipazione Reno lo descrive come patologia. E dietro l'intera architettura si intravede Augusto Del Noce, che la dissoluzione dell'Occidente nel benessere relativista e nell'irreligione l'aveva anatomizzata con anticipo di mezzo secolo. Il merito di Reno non è l'originalità assoluta della diagnosi (il filone cattolico europeo c'era già arrivato) ma la nettezza con cui la riformula in idioma anglosassone, restituendo dignità filosofica a parole che il dopoguerra aveva reso impronunciabili: lealtà, devozione, sacro, patria. Persino il titolo, con quel ritorno "degli dèi", ha un timbro che l'antropologia del Novecento riconoscerebbe. Reno parla la lingua di Popper e Friedman, ma descrive un fenomeno che Eliade avrebbe chiamato irruzione del sacro: il rimosso che riaffiora, l'eterno ritorno di ciò che si era creduto di poter abolire per decreto.
Sulla pars construens Reno è più cauto e, a tratti, più fragile. La ricetta sta nelle tre "società necessarie" di Russell Hittinger: la vita pubblica, quella domestica e quella religiosa. La nazione va riamata come patria civica e non idolatrata come salvezza, e va perciò limitata dall'alto (le comunità di trascendenza, chiesa e sinagoga) e dal basso (la famiglia, il matrimonio).
Resta una riserva. La premessa rassicurante di Reno ("non c'è alcuna svastica all'orizzonte, abbiamo imparato dai nostri errori") è anche la sua scommessa. Invocare il ritorno degli dèi forti confidando che torneranno solo quelli benèfici è atto di fede, non di analisi. Gli dèi, quando tornano, non chiedono il permesso di scegliere il volto.
Eppure è proprio questa la forza del libro. Il ritorno degli dèi forti vale soprattutto come diagnosi, e come diagnosi è formidabile: spiega perché un Occidente saturo di benessere e diritti continui a sentirsi orfano, e perché l'apertura, divenuta l'unica verità ammessa, generi i mostri che diceva di voler scongiurare. Il sacro espulso dalla porta rientra dalla finestra, e di rado nella forma che si era sperata.
Reno non
promette il paradiso. Avverte soltanto che una civiltà incapace di amare qualcosa di più grande di sé non diventa più mite. Diventa più sola, e gli uomini soli, prima o poi, si consegnano a chiunque prometta loro un dio.