Quei due partiti in crisi d’identità

L’elezione a segretario del Pd di Dario Franceschini e il convegno di Todi dell’Udc vanno visti e commentati insieme per capire la crisi profonda delle opposizioni parlamentari. Partiamo dal Pd e da Dario Franceschini. I lettori sanno che noi siamo stati tra i primi critici di Walter Veltroni non certo per antipatie personali, quanto piuttosto per il suo tentativo di cancellare la memoria politica di milioni di elettori e di militanti della sinistra comunista e socialista e della sinistra democristiana rifugiandosi sempre nella generica formulazione di un partito nuovo la cui novità peraltro nessuno l’ha mai intravista, né sul piano identitario, né su quello organizzativo, nel quale addirittura la democrazia diventava sempre più un’araba fenice. Franceschini è pari pari la continuazione politica di Veltroni con un di più di freschezza giovanilistica e di durezza del tratto e della parola. Un esempio? Che significa affermare di voler dare un maggiore spazio agli organi collegiali e poi chiosare «Ma sia chiaro che decido io»? Franceschini per la cultura politica da cui proviene dovrebbe sapere che i leader veri sono quelli che convincono non quelli che ordinano con fier cipiglio. D’altro canto tutte le ambiguità politiche del Pd restano ancora lì come ingombranti macigni. Dalla collocazione internazionale alle alleanze politiche Franceschini si è rifugiato in affermazioni confuse e generiche («Non saremo nel Pse ma con il Pse»!!!) tentando così di ricomporre l’incomponibile. Una ambiguità quest’ultima che andrebbe sciolta rapidamente per non dare spettacolo nel prossimo Parlamento di Strasburgo. Sul terreno delle alleanze, inoltre, il silenzio assoluto aggravato dalla visita di Letta e Rutelli al convegno dell’Udc puntualmente snobbato da Franceschini, testimonia che si naviga a vista in una delle più delicate fasi della vita economica e sociale del Paese. L’identità del partito con il rischio di scivolare in un azionismo elitario è fuori del tempo, collocazione internazionale, alleanze politiche e democrazia interna sono dunque i principali nodi irrisolti di un partito senza volto non avendo mai saputo, sin dalla sua nascita, ciò che davvero era o ciò che voleva essere. Alla stessa maniera dall’altro lato c’è l’Udc di Pierferdinando Casini, un partito personale che appare più coeso sol perché decisamente più piccolo e nel quale si parla di centro e di cattolici come se fossero termini politici e non giornalistici e religiosi. Altro è l’esser cattolico, altra cosa il cattolicesimo politico per come storicamente si è realizzato in Europa e in Italia nel secolo scorso. Ovunque il cattolicesimo politico si è trasformato in partiti che si chiamano democratici cristiani con qualche eccezione come il Partito popolare spagnolo. Casini è addirittura il presidente dell’Internazionale democristiana e pure non riesce in Italia a definirsi tale. E una ragione c’è. La radice del pensiero politico democratico cristiano non prevede il leaderismo come valore assoluto, quanto piuttosto una forte democrazia interna senza la quale il partito si miniaturizza e lentamente i quadri politici autentici sono sostituiti in larga parte da figuranti senza offese per nessuno. È ciò che in questi anni è accaduto nell’Udc. E intenerisce lo sforzo di Adornato che da quindici anni tenta di dare una patina di identità culturale al partito di turno, l’altro ieri ad Alleanza democratica, ieri a Forza Italia, oggi con il convegno di Todi all’Udc. Si può dare agli altri ciò che si è, ma se non lo si sa difficilmente un maître à penser può dare frutti fecondi. E non è un caso, infine, che mentre Casini strizza l’occhio a Rutelli e a Enrico Letta, fa in periferia l’alleanza con Berlusconi od ovunque Berlusconi glielo consente dimostrando, così, di essere un partito personale sulle questioni di potere ma prigioniero della sua base sul terreno della politica.

Due crisi, dunque, quelle del Pd e dell’Udc diverse per vastità e per qualità ma che hanno un punto in comune, quello di non sapere esattamente chi sono ma sanno che se si dovessero alleare tra loro perderebbero parte rilevante della propria base militante e del proprio consenso elettorale.

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