Il coraggio di Muti. A Ravenna riapre la stagione della musica

Il maestro dirige la serata dedicata a Mozart. E parla delle norme anti-Covid per i concerti

Il coraggio di Muti. A Ravenna riapre la stagione della musica

All'interno della rocca Brancaleone di Ravenna, una torre dove campeggia il leone di San Marco, ci ricorda che furono i veneziani ad edificare la splendida fortezza, doge promotore quel Francesco Foscari, il cui tetro destino venne immortalato da Giuseppe Verdi nell'esemplare melodramma romantico, I due Foscari. Varcata la porta, si penetra in un quadrilatero fuori dal tempo. Sugli spalti, accanto ai tecnici delle luci, vigilano sentinelle che potrebbero essere quelle del governatore di Cipro in attesa delle venete galee come nel terzo atto dell'Otello. I mattoni dei muri rilucono di luci sorgenti dal basso e formano uno spazio suggestivo e appartato. Solo l'eco lontano di bimbi che giocano rompe il silenzio religioso del pubblico, distanziato secondo le norme vigenti.

Gli abiti borghesi della sicurezza e le divise delle forze dell'ordine ci riportano dai tempi della Serenissima alla realtà di questi tempi non sappiamo se post o intrapandemici. La serata del solstizio d'estate, proclamata Festa della musica in tutto il mondo, si compie sotto la guida del maestro Riccardo Muti, che ringraziando le autorità presenti in prima fila, ha sottolineato la singolarità delle norme che impongono leggii singoli, non a coppie (gli archi devono girarsi le pagine dello spartito da soli), una distanza che mina il principio di coesione dell'organismo orchestrale, peraltro ben equilibrato dai rinforzi acustici ormai sempre più sperimentati. Regole rispettate, sulle quali speriamo forse di sorridere in un futuro molto prossimo: vorrà dire che ci saremo messi alle spalle questo periodo di lutti e diatribe dissennate. Un augurio che Riccardo Muti ha fatto suo spiegando al pubblico la presenza in apertura del programma dedicato a Mozart di un breve brano del compositore russo Aleksandr Skriabin, Reverie. Un sogno del musicista-teosofo che ha voluto essere un augurio esteso a tutti gli artisti e ai musicisti fermati temporaneamente dalla pandemia. Poi è venuta la volta del gran pezzo solistico per soprano, l'aria sacra «da concerto» Exultate, jubilate, dove si è fatta ammirare il soprano Rosa Feola. Con suono eccellente e un'emissione sempre morbida e vellutata, ha affrontato con eguale sicurezza la melodia lirica, il recitativo, e soprattutto i giubilatori vocalizzi dell'Alleluja conclusivo. Poi Muti ha inserito un'altra gemma per soprano, l'Et incarnatus est, tratto dalla Messa in do minore. Si tratta di una di quelle sommità dove Mozart ci conduce per mano e in un attimo si dimentica tutto: le grida di manzoniana memoria, le dispute del politicame, le querelles degli esperti, i bollettini mortuari, la moltiplicazione dei tavoli tecnici e dei contagi, le immagini di sofferenza e di abnegazione.

Tutto si estingue in quegli attimi sospesi, in cui perfino le fioriture vocali diventano mezzo di espressione dell'ineffabile mistero dell'incarnazione. A suggello della festa della musica, l'ultima sinfonia mozartiana, quella Jupiter che rappresenta l'incarnazione del genio nella forma. Una felicità architettonica e narrativa invano agognata dai massimi compositori sinfonici a Mozart succeduti, e mai eguagliata. Giusto l'orgoglio con il quale il maestro Muti ha sottolineato, rispondendo agli applausi del pubblico, la prova dei giovani dell'Orchestra Cherubini. Loro sono «l'Italia buona», ha detto indicandoli. Sottoscriviamo, includendo l'artefice del risultato, Riccardo Muti.

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