Dick, profeta anti-merce ridotto a guru dell'Lsd

La collana negli Oscar è un'ottima iniziativa ma Carrère presenta l'autore in modo bizzarro

Dick, profeta anti-merce ridotto a guru dell'Lsd

Il dramma di Philip K. Dick è sempre stato, come ho scritto in più articoli sullo scrittore americano di fantascienza, di essere più commentato che letto, più incensato che compreso.

A dimostrarlo è ancora una volta la nuova collana negli Oscar Mondadori dedicata a tutte le sue opere, 50 romanzi e 120 racconti, oltre ai suoi scritti di saggistica: l'intento è dei migliori, perché la produzione di Dick in Italia è stata molto frammentata tra vari editori (Mondadori, Einaudi, Feltrinelli e Fanucci, il primo a cercare di proporre un catalogo ragionato, non sempre riuscendoci). Dare ora unità alle opere di Dick è un evento che ha entusiasmato tutti gli amanti della fantascienza anche se la scelta di pubblicizzarlo come il profeta dell'Lsd appare più commerciale che reale e, ironia della sorte, il primo romanzo proposto è Ubik, tra i suoi capolavori contro la mercificazione della realtà e del mondo anche delle idee.

La prefazione - come per i prossimi quattro titoli della collana - è affidata a Emmanuel Carrère che proprio alla vita di Dick ha dedicato l'ottima biografia romanzata Io sono vivo, voi siete morti (in Italia apparsa per Theoria, Hobby&Work e dal 2016 per Adelphi): romanzata perché la biografia dal punto di vista narrativo è scritta benissimo, mentre dal punto di vista filologico ci sono molte omissioni e errori. Carrère introduce Ubik come una sorta di manifesto lisergico, scrivendo: «Alla fine degli anni Settanta Dick conquista una nuova reputazione, riversandosi dall'ambiente ristretto della fantascienza in quello molto più ampio del mondo hippy, in quanto icona della controcultura e grande narratore dell'Lsd». Si comprende il tentativo pubblicitario di far assurgere Dick a un ruolo di profeta lisergico in cerca di lettori giovani, oggi purtroppo nuovamente attratti dalle droghe psichedeliche, ma storicamente è un falso clamoroso: Dick non è mai stato un profeta dell'Lsd e su questo è sempre stato chiaro. Come dimostrano molti suoi scritti e anche il suo biografo ufficiale Lawrence Sutin in Divine Invasioni. La vita di Philip K. Dick (Feltrinelli e poi Fanucci): «Dick assunse l'acido solo in due occasioni, in una delle quali, quella del 1964, si convinse di essere un gladiatore romano il cui corpo era trafitto da una lancia e si mise a parlare latino, lingua che aveva studiato solo alle scuole superiori».

Dick è sempre stato un grande oppositore delle droghe psichedeliche: anche in ragione del drammatico moltiplicarsi, nella cerchia dei suoi più stretti amici, di tentativi di suicidio e di crolli psicotici. Dunque l'idea di proporlo editorialmente come guru dell'Lsd è un ruolo che avrebbe contestato per primo lo stesso scrittore. Il cercare di venderlo come negli anni '80 e '90 fece la casa editrice Stampa Alternativa con Hoffman (certo inventore dell'Lsd, ma per scopi di ricerca scientifica) o Timothy Leary risulta dannoso per Dick quanto per i vecchi ma soprattutto i nuovi lettori. Carrère non si limita a questo: reduce dall'ultimo romanzo Yoga - dove racconta anche di essere in cura per «disturbo bipolare di tipo 2» - diventa psichiatra e fa la stessa diagnosi per Dick. Un altro falso: Dick ha sempre sofferto, come lui stesso ha scritto in più occasioni, di «ciclotimia», sempre un disturbo dell'umore ma molto meno grave.

A far male a Dick è stato l'abuso di anfetamine: quando, per guadagnare, scriveva romanzi anche per tre giorni consecutivi.

Carrère poi paragona Dick a «una specie di Dostoevskij della nostra epoca», dimenticando però di citare la fonte, ovvero Jonathan Lethem che nel libro Crazy Friend. Io e Philip K. Dick (minimum fax, 2016) ha usato le stesse parole con lo stesso parallelismo.

Questi errori di Carrère diventano la spia su un'opera di ritraduzione di Philip Dick senz'altro benemerita nelle intenzioni; ma speriamo che Emanuele Trevi, curatore del progetto editoriale, raddrizzi il tiro.

Su tutto perché nella confezione di questa collana dickiana il forte sospetto è che si voglia rendere Dick uno scrittore mainstream, uno scrittore non di fantascienza e uno scrittore non di genere. Sarebbe un errore gravissimo. Su tutto nei confronti dello stesso Dick che ci ha sempre tenuto a rimarcare di essere uno scrittore di «science fiction». Come ha ribadito anche nell'introduzione alla raccolta di racconti Non saremo noi: «La fantascienza è una forma d'arte ribelle, che ha bisogno di scrittori con cattive inclinazioni, come per esempio quella di chiedere sempre perché? O come mai? O chi l'ha detto?».

La nuova edizione di Ubik (nell'ottima traduzione di Marinella Magrì) è quindi falsata da un apparato comunicativo che rischia di far passare il romanzo come un libro sulla droga mentre il tema principale è che la merce non ci domina, ma ci è sopravvissuta annullandoci: è diventata la gratificazione dei sensi, il sostituto del sesso, «ubiqua» come la manifestazione del divino.

In Ubik Dick presenta un mondo in preda a un delirio mistico che diventa una potente metafora del mondo dei consumi, sempre in preda all'ultima novità alla moda, puntando l'indice contro quell'«universo che la globalizzazione capitalistica è andata plasmando negli ultimi decenni». Ubik, che deriva da ubique, è l'essenza della merce come tale, il distillato del tempo dei consumi dietro cui il mondo rischia di collassare. Ubik svela il predominio della merce sull'uomo - l'ultima realtà metafisica nella società dei consumi, capace di rinnovarsi costantemente e di cambiare l'uomo che la utilizza, proteggendolo da un processo di degrado e precoce invecchiamento. La merce, come già aveva intuito Marx, è «piena di sottigliezze metafisiche e di capricci teologici»: in Dick incarna addirittura lo spazio metafisico totale, quel luogo in grado di assorbire in sé ogni altra proiezione utopica del desiderio. I produttori delle merci, sottolinea Dick, d'altra parte «sanno che se Dio promette la vita eterna, noi possiamo metterla in commercio». E così, oggi, a decenni di distanza dalla prima pubblicazione del romanzo (1969), Dick si trova prigioniero di ciò che ha sempre condannato. La speranza è, in futuro, che la nuova collana sia davvero pensata per essere più letta che commentata.