Per noia, gioco, disperazione, follia. Quelli che l'editoria è il secondo mestiere

Balzac pensava di farci soldi (!). Sottsass perché stava morendo. E Persico...

Per noia, gioco, disperazione, follia. Quelli che l'editoria è il secondo mestiere

Abbiamo visto le menti migliori della loro generazione infrangersi, anima e corpo 11, contro gli scogli, infidi e letali, dell'editoria...

Per fare fortuna con i libri devi avere come padre o un futuro presidente della Repubblica, vedi Giulio Einaudi (ma anche lui, poi, è finito in amministrazione controllata...) oppure un magnate della chimica, vedi Livio Garzanti... Per gli altri sono sudori, incubi e debiti. Dopo le donne e prima del gioco d'azzardo, ambiti nei quali peraltro ci si diverte di più, l'editoria è il modo più elegante, e veloce, per distruggere anche i più solidi patrimoni.

Comunque, qualcuno ogni tanto ci ricasca. Anche chi nella vita fino a quel momento ha fatto tutt'altro, e magari non ha neppure in mente di fare business... Niente avventure imprenditoriali, niente retorici fini culturali, solo amore per il libro, follia o puro divertissement. Esistono - non molte, ma a loro modo entrate nella storia - case editrici fondate per caso, per gioco o per necessità del momento, da personaggi che avevano alle spalle un loro percorso artistico: illustratori, architetti, scrittori (e personalmente conosciamo almeno anche un giornalista...). Sono gli Autori in cerca di autori catalogati da Ambrogio Borsani in un originale libro sui libri (Editrice Bibliografica) alla ricerca di artisti diventati - inspiegabilmente - editori. Ma chi gliel'ha fatto fare?

A Honoré de Balzac (1799-1850) l'illusione di facili guadagni: nel 1826 fondò la «H. Balzac éditeur-propriétaire», pubblicò due libri (molto curati, niente da dire), e poi fallì miseramente evitando per un refuso la prigione per debiti. Dopodiché si rimise a scrivere. Lui risparmiò soldi e noi ci abbiamo guadagnato la Comédie humaine (è più o meno come andarono, male, le cose anche a Mark Twain che per protesta contro le speculazioni dei suoi editori nel 1884 decise di fondare lui stesso una casa editrice...).

William Morris (1834-96), invece, lo fece per un innato senso estetico che gli faceva amare le cose belle, come sono - quando fatti bene - i libri. La sua «Kelmscott Press», nata nel 1891, pubblicò in sei anni una sessantina di volumi, tutti elegantissimi, in tutto: titoli, carta, impaginazione, illustrazioni, decorazioni. Del resto, lui era William Morris.

Edoardo Persico (1900-36) lo fece perché, con quella sua mente creativa e misteriosa - come la sua morte - non poteva non farlo. Nel 1928 debuttò con la sua «Biblioteca italiana di Edoardo Persico». Pubblicò un solo libro (di Giuseppe Prezzolini) prima di chiudere per difficoltà economiche. Record assoluto. A suo modo, un capolavoro.

Ettore Sottsass (1917-2007) invece lo fece perché stava morendo. Ricoverato in una stanza d'ospedale (la «East 128», da cui il nome della casa editrice) allo Stanford Medical Center di Palo Alto, California - era la primavera del 1962 - per non pensare alla malattia dalla quale poi invece guarì, con Fernanda Pivano, che era ancora sua moglie e lo assisteva giorno e notte, diede vita a una sigla per stampare prima un giornaletto, proprio lì, in ospedale, e poi un anno dopo, a Milano, anche libri: 16 in tutto. Uno più bello, pazzo (e oggi raro) degli altri. Quasi quanto quelli che uscirono tra il 1986 e il 1992 dalla «Hanuman Books» aperta dentro il leggendario Chelsea Hotel a New York (ma l'ispirazione era indiana, infatti i libri erano stampati a Madras!) da Francesco Clemente. Misuravano 7,5x10 cm. Ma come sanno i collezionisti, per genialità e eccentricità erano immensi.

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