L'occasione era di quelle preziose. Un testo giovanile di Cechov, rarissimamente rappresentato, e un titolato regista, specialista in capolavori cechoviani. Quanto basta per fare del Platonov diretto da Peter Stein al Festival di Spoleto (oggi l'ultima replica) un appuntamento stimolante. E impegnativo. Stein, infatti, immerge i suoi spettatori in quattro ore e mezzo di spettacolo, con un coraggio paragonabile solo a quello del pubblico, che alla fine applaude, provato ma soddisfatto, ponendosi però l'inevitabile domanda: non sarebbe stato ancora meglio usare le forbici? La coinvolgente prova di sedici ottimi attori, assai abili nella tipica polifonia cechoviana, la finezza di un'accurata regia, il felice alternarsi di cinque diverse soluzioni scenografiche (firmate Ferdinand Woegerbauer) rischiano infatti d'essere compromessi dal rigore filologico di Stein, che del testo-fiume rispetta perfino le virgole. Forse non è un caso se questo straripante copione giovanile fu rinnegato dal suo stesso autore (lo bruciò dopo che glielo rifiutarono, e fu rappresentato solo dopo la sua morte). A due atti già maturi, nella descrizione del tipico gruppo di sfaccendati annoiati e incapaci di scuotersi, ne seguono altri due con sviluppi melodrammatici, prolissi e squilibrati. Una possibile soluzione fu quella ideata da Nikita Michalkov quando quarant'anni fa, prima di affidare Platonov a Marcello Mastroianni, lo accorciò cambiandogli titolo in Pianola meccanica.
A rendere comunque coinvolgente la vicenda di questo indolente dongiovanni malgré lui, travolto da quattro donne fra le quali non riesce a decidersi, l'ottima prova polifonica dei molti interpreti.
Tra cui quali bisogna citare almeno l'intenso protagonista Alessandro Averone, spericolato "apprendista stregone" dell'amore, la volitiva Maddalena Crippa, "generalessa" virago senza mezzi termini, e, nel gruppo corale sapientemente orchestrato dalla mano di Stein, l'elegante e sensibile Sofia di Chiara Centorami, e il godibilissimo dandy, schizzinoso e irresponsabile, schizzato da Sebastian Gimelli Morosini.