Il calcio porta aperta in un Paese in lockdown "Ma sia di esempio"

Per la prima volta il campionato riprende con gli italiani tutti in casa per il virus

A braccetto, senza che l'uno escluda l'altra. Lockdown e Serie A provano a convivere. Nella vita di tutti i giorni limiti e restrizioni scattano come molle non appena il naso viene messo fuori dalla porta, ma da oggi, per molti, almeno nei week end, stare a casa potrebbe essere meno pesante. Per la prima volta da quando il virus ha stravolto le esistenze, il massimo campionato riparte a vele spiegate mentre l'Italia è prigioniera da nord a sud. Non era stato così lo scorso marzo, con la serrata generalizzata, e nemmeno per la ripartenza di fine giugno e l'avvio a settembre, quando c'era o c'era ancora aria d'estate, meno vincoli e non così stringenti. Stavolta si ricomincia con gli anticipi di tre big - Crotone-Lazio, Spezia-Atalanta e Juventus-Cagliari - per chiudere in bellezza domani sera con una grande classica come Napoli-Milan. A tutto gas fino a primavera, senza le vituperate soste per le nazionali e con un'abbuffata di coppe europee da alternare al calcio di casa nostra. Infatti con le qualificazioni al Mondiale fissate solo dal 24 marzo in poi, il campionato italiano ricomincia nel pomeriggio con l'ottava giornata e andrà dritto addirittura fino alla ventottesima, con una sequenza monstre di ventuno turni consecutivi.

Certo, ricominciare a prescindere è stata una scelta discutibile, la curva dei contagi in massima serie continua ad allarmare e la possibilità di rinchiudersi in bolle ermetiche, in stile Nba, è stata scartata troppo presto. Senza citare i pericoli e le situazioni anomale affiorate nelle ultime settimane. Ma a questo punto, con i mesi più duri alle viste nella lotta alla pandemia, il calcio accompagnerà gli italiani a suon di gol e belle giocate, vestendo i panni del diversivo, di uno svago lungo almeno novanta minuti, con un ruolo sociale prezioso. Soprattutto per i tifosi, come sottolinea Caterina Gozzoli, Direttore dell'Alta Scuola di Psicologia dell'Università Cattolica di Milano nonché Direttore del master Sport e Intervento psicosociale: «A patto di non generalizzare, il calcio è sempre stato una fonte di identificazione per la gente, vuoi per le vittorie, per i sogni di ciascuno, per la resurrezione dopo una sconfitta o per la possibilità di rifarsi la domenica successiva. È un rituale che si riscrive di continuo, unisce le persone e lo dimostra anche la Nazionale scesa in campo negli ultimi giorni. Certo, in questo momento di dolore, precarietà e fatica l'identificazione non è automatica e non può essere uguale per tutti. Il ruolo diventa positivo e aiuta mentalmente se viene visto come un pezzo di vita che va avanti, come una quotidianità da apprezzare. E non da rigettare o da vedere come un ecosistema di privilegiati».

Con l'obbligo di limitare gli spostamenti, uscendo solo in caso di necessità e urgenza, il calcio diventa la compagnia ideale che nel primo lockdown era mancata. Adesso sembra iniziare un'altra fase, lunga almeno quattro mesi, fino al 24 marzo. «La Serie A può anche essere vista come segnale di speranza per tutto lo sport - continua la dottoressa Gozzoli - perché avere le serie minori e l'attività sportiva di base del tutto ferme ha un costo sociale, è un valore che viene meno per tutto il Paese. Anzi, potremmo usare il calcio come leva per tutti gli sport, sfruttare la sua forza a beneficio del resto. Anche per questo è importante che il mondo del calcio mandi i messaggi giusti e dia l'esempio migliore». Da oggi tutti sul divano. Mano al telecomando e, almeno stavolta, niente mascherina.

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