Liti e venti di guerra: torneo ad alta tensione

Gli autoritari Orbàn ed Erdogan, il caso Russia-Ucraina e il solito razzismo

Liti e venti di guerra: torneo ad alta tensione

Lasciare la politica fuori dallo sport: una parola. Era dal 1992 che non si disputava un Europeo di calcio così condizionato dalle tensioni tra i Paesi chiamati a parteciparvi. Ventinove anni fa il miracolo della Danimarca, che non si era nemmeno qualificata alla fase finale ma che fu ripescata e vinse poi clamorosamente il trofeo, fu reso possibile addirittura da una guerra: la Jugoslavia di Milosevic (o quel che ne rimaneva di attaccato alla Serbia, dopo le secessioni di Slovenia e Croazia) ne aveva scatenata una di estrema brutalità in Bosnia-Erzegovina, che pure aveva proclamato l'indipendenza da Belgrado, spingendo la Uefa a non ammettere la sua nazionale di calcio al torneo che si teneva in Svezia. Oggi i conflitti pure ci sono (basti pensare a quello latente da anni tra Russia e Ucraina, che ha fatto già più di diecimila morti e non accenna a concludersi, o a quello appena combattuto tra Armenia e Azerbaigian), ma suscitano nell'Uefa reazioni diverse che poi vedremo. Ma più ancora, l'Europa è diventata il teatro di tensioni geopolitiche provocate da autocrati con il vizio della pirateria aerea (il bielorusso Lukashenko) o dell'avvelenamento di Stato (il russo Putin), o ancora con l'abitudine al carcere facile per i loro oppositori (i due precedenti più l'aspirante sultano turco Erdogan). Senza dimenticare che odi inestinguibili consigliano di tenere ben separati calciatori e tifosi serbi da quelli croati, e magari anche quelli greci da quelli turchi, per non dire dei macedoni.

Un paio di approfondimenti. Fa scalpore la polemica suscitata dalla decisione dell'Uefa di vietare alla nazionale ucraina di riportare sulla propria divisa la scritta «Onore ai nostri eroi»: era uno slogan usato in piazza Maidan a Kiev nel 2014 durante le proteste anti-russe, e per questo Mosca ha protestato e ottenuto ragione: gli slogan politici non sono ammessi (l'annessione della Crimea e il sostegno armato alla secessione di due province orientali dell'Ucraina, con tanto di distruzione dello stadio di calcio di Donetsk, invece, sì. Misteri Uefa). La questione pare ancora aperta, anche se il ct ucraino Shevchenko nega crisi diplomatiche. Ma è un segno del tempo anche che il premier sovranista ungherese Orbàn, noto appassionato di calcio, sia intervenuto a sostegno dei tifosi magiari che a Belfast hanno fischiato i giocatori nordirlandesi che si erano inginocchiati contro il razzismo. Sullo stesso tema il portavoce della federcalcio Croata ha confermato che i suoi giocatori, domenica a Wembley contro l'Inghilterra, rimarranno in piedi al contrario degli inglesi. Potrànno avere ragione o torto, ma che c'entra Orbàn con questo?