"Voglio restare in Nba, ma sto con chi soffre in Italia"

Mentre la lega Usa si prepara a riprendere, l'azzurro di San Antonio ha promosso una raccolta fondi

«Nessuno ha mai creduto in me in questi anni. Però alla fine ho vinto». Era giugno 2014 quando Marco Belinelli, dopo la vittoria del titolo Nba - unico italiano a riuscirci - di San Antonio contro i Miami Heat di LeBron James, si lasciò andare alle lacrime. «Quello è stato un momento di liberazione, mi sono passati davanti agli occhi tutti i momenti difficili e tutte quelle persone che mi dicevano no, Marco, devi tornare a casa, non sei un giocatore da Nba. Ho fatto ricredere tutti». Ora si attende la ripartenza dell'Nba. L'idea è quella di finire la stagione in un'unica sede, il Disney World Resort di Orlando o Las Vegas. Una decisione verrà presa tra fine maggio e metà giugno.

Belinelli, cosa ne pensa: si ripartirà?

«È complicato, perché siamo di fronte a una crisi economica ma il primo pensiero deve essere la salute di tutti: bisogna ripartire solo se viene fatto con sicurezza».

Ha convinto l'Nba ad aiutare l'Italia, con apparecchiature sanitarie per l'emergenza.

«Mio padre è chirurgo e ha lavorato all'Ospedale Maggiore di Bologna e a quello di San Giovanni in Persiceto, la mia città. Da lontano, ho cercato di aiutare chi è in prima linea».

Come sta passando queste giornate in clausura?

«Sono qui a San Antonio con la mia ragazza. Faccio i Lego e sto guardando il documentario The Last Dance sui Chicago Bulls di Michael Jordan. È bellissimo».

A proposito di Jordan, lei come lo ha conosciuto?

«Ero a Bologna con la Nazionale e stavo per andare a Charlotte. Squilla il telefono, rispondo e mi passano una persona, senza dirmi chi è. Ciao, sono Michael. Ti abbiamo cercato a lungo, sei il giocare che volevamo. Lui è il proprietario dei Charlotte. Lì mi si è fermato il cuore».

Altra esperienza choc, quella alla Casa Bianca.

«Dopo il titolo con gli Spurs siamo andati lì, mi ricordo le belle parole del presidente Obama, tifoso dei Bulls (Belinelli, quanto ci manchi a Chicago). Fantastico».

Al debutto in Serie A con la Virtus fece canestro da tre punti al primo tentativo. Un segno del destino.

«Mi lanciò Ettore Messina. Quel tiro (specialità della casa, tanto da vincere la gara di tiro da tre punti all'All-Star Game 2014) poi lo avrei portato avanti per tutta la carriera, con la stessa faccia di sempre, quella che non lascia trasparire emozioni, la famosa pokerface (nome che ha anche dato alla sua autobiografia)».

Uno scudetto con la Fortitudo, poi il passaggio in Nba. A Golden State, dove la gente la chiamava Rocky perché la somiglianza con Stallone, fu difficile.

«Con l'allenatore Don Nelson finivo sempre in panchina. Ho lavorato duro, non ho mai mollato. Come Rocky ho combattuto e ne sono venuto fuori».

Lei ora è il veterano degli Spurs.

«Pop (Greg Popovich) mi ha rivoluto a San Antonio perché mi ritiene importante. Quest'estate sarò free agent, ma voglio restare in Nba. È un mondo che mi piace: finché c'è questo fuoco in me voglio trasmettere il mio amore per il gioco».

Chi è il miglior giocatore?

«Lebron James, fortissimo. Poi Leonard e Durant».

La Nazionale azzurra può arrivare ai Giochi?

«Ci proveremo. Non sarà facile, perché la Serbia ha il preolimpico in casa (29 giugno-4 luglio, ufficializzato ieri) e sarà la squadra da battere».

Il 2020 è segnato anche dall'addio di Bryant.

«Terribile. Kobe, come Jordan, era il mio idolo, mi ha anche dato la sua maglia dopo una partita. Ai miei occhi era indistruttibile: stento ancora a credere che sia successo».

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