Caro direttore Feltri, mi capita spesso di avere scambi di opinioni con gente di sinistra. La conclusione è sempre la stessa. Nervosismo, insofferenza verso le mie idee, voglia di tacitarmi. L’atteggiamento è di chi parla ritenendo di avere la verità in mano. Come si permette, sembrano dire, di contestare quello che dico? Il culmine si raggiunge in occasione di elezioni. Se perdono (quasi sempre), si scatena il caravanserraglio di attacchi, dal nazismo al razzismo, al voler invalidare i risultati. L’ultima persona con cui ho discusso ha chiuso con un perentorio: «... basta, non andiamo oltre...». Ma io avevo detto semplicemente: «Mi dispiace, abbiamo idee diverse. Le mie giuste, le tue sbagliate...».
Giordano Citterio
Caro lettore, lei mi racconta una cosa che affligge l’umanità dai tempi in cui il primo cavernicolo disse al secondo: «Per me quella bistecca è mia». Da allora abbiamo inventato la democrazia, il suffragio universale, i talk show e perfino i social network, ma il problema è rimasto identico: tutti vogliono avere ragione e nessuno vuole avere torto. Soprattutto quando ha appena perso le elezioni. La frase con cui lei ha concluso la discussione, però, è un piccolo capolavoro di diplomazia: «Mi dispiace, abbiamo idee diverse. Le mie giuste, le tue sbagliate». È come offrire un caffè a uno dicendogli che dentro c’è il veleno ma, tranquillo, è quello giusto. Il guaio, caro signore, è che abbiamo trasformato ogni discussione politica in un processo di Norimberga condominiale. Non si discute più se una tassa sia utile o cretina, se una legge funzioni o sia una boiata: si stabilisce direttamente se l’interlocutore sia un democratico illuminato o un pericoloso cavernicolo, possibilmente razzista, fascista e, se avanza tempo, anche responsabile del cambiamento climatico. Quanto alla sinistra, non facciamo però l’errore di attribuirle il monopolio della suscettibilità. Anche a destra esistono parecchi signori che, appena sentono una critica al proprio beniamino, reagiscono come se gli avessero rigato la macchina nuova. La verità è che l’italiano medio non sopporta le opinioni diverse dalla propria. E sulle elezioni vale una regola universale: quando vinci, il popolo ha parlato; quando perdi, il popolo evidentemente ha parlato male. La prossima volta provi una tecnica rivoluzionaria: «Potrei avere torto». Vedrà che l’interlocutore resterà talmente scioccato da chiamare i soccorsi. Perché la democrazia, alla fine, non consiste nel convincere tutti che abbiamo ragione. Consiste nel sopportare stoicamente che gli altri abbiano il diritto di avere torto. E possibilmente senza chiamare la Nato.
