Gentile direttore Feltri, ogni tanto viene usato il termine mammo per definire così un padre che si occupa a tempo pieno della cura dei figli. Niente di male in questo ma andrebbe usato il termine padre. In caso contrario una madre che si occupa prettamente di lavoro andrebbe chiamata babba, termine che non mi pare esista, sempre che non si voglia, nel vocabolario.
Silvio Pammelati
Caro Silvio, lei solleva una questione apparentemente linguistica, ma sotto sotto ci troviamo davanti al solito circo nazionale. Il problema è la parola «mammo». Una parola che, francamente, mi pare già abbastanza infelice senza bisogno di convocare l’Accademia della Crusca in seduta d’emergenza. Un padre che cambia pannolini è un padre. Un padre che prepara la pappa è un padre. Un padre che accompagna i figli a scuola è un padre. Non diventa una creatura mitologica soltanto perché sa usare una lavatrice. Eppure eccolo ß, il «mammo». Una specie di uomo che ha osato varcare il confine sacro del frigorifero e del passeggino. Se poi vogliamo applicare la stessa logica alle madri, la faccenda diventa ancora più spassosa. Una madre che lavora molto dovrebbe diventare una «babba».
Parola magnifica. Sembra il nome di una zia siciliana oppure di un dolce che nessuno ha avuto il coraggio di brevettare. Il guaio è che abbiamo trasformato la genitorialità in una gara a chi inventa l’etichetta più cretina. Un tempo bastava dire padre e madre.
Oggi occorre specificare tutto, come se senza un cartellino appeso al collo il genitore rischiasse di non riconoscersi allo specchio. Il padre che accudisce i figli non è un mammo. È semplicemente un padre che fa il padre. La madre che lavora non è una babba. È una madre che lavora. Pare una scoperta rivoluzionaria, ma evidentemente nel Paese delle complicazioni linguistiche anche cambiare un pannolino richiede ormai una definizione ministeriale. Io proporrei dunque una moratoria. Basta con i «mammi», le «babbe» e altre invenzioni da laboratorio sociologico.
Lasciamo perdere le etichette e occupiamoci dei bambini. Che, tra l’altro, hanno una straordinaria capacità: non gliene importa assolutamente nulla di come chiamiamo i loro genitori. Vogliono soltanto che qualcuno li ami, li nutra e non perda la pazienza quando fanno i diavoli. E questa, caro lettore, è probabilmente l’unica definizione che non abbiamo ancora avuto la brillante idea di complicare.
