La storia Il «coloraro» più antico di Roma che forniva Balthus, De Chirico e Guttuso

Tra l’elefantino berniniano di Piazza della Minerva e il piede colossale di via del Pié di Marmo, si trova Poggi, il “coloraro” per antonomasia. La bottega nacque nel Seicento, situata appena alle spalle Pantheon, ma nel 1825 si trasferì negli attuali locali, in via del Gesù. Entrando, l’occhio è subito attratto dai barattoli di polveri colorate, dai nomi e dalle origini affascinanti. Il “Rosso cocciniglia”, ordinato dal Perù per clienti particolarmente esigenti, è ricavato da minuscoli insetti disseccati e triturati; il Blu di lapislazzulo, che viene dall’Afghanistan, costa circa 1500 euro al kg ed è usato solo dai pittori di icone. Due colori di antico uso, il Bianco di Piombo (Biacca) e il Vermiglione, piuttosto tossici, sono invece scomparsi dagli scaffali, in ottemperanza alle recenti direttive europee. La ditta è ancora proprietà dell’ultimo Poggi, Piero, ma la vera memoria storica del negozio è Memmo Mancini, un simpatico “burbero benefico” romano, con cinquant’anni di esperienza nel mondo dei colori. Il “sor” Memmo è stato fedele assistente di Balthus, dal ’62 fino alla sua morte, avvenuta nel 2001. «Grande signore, mi ha onorato della sua amicizia per quarant’anni, in un rapporto sincero, da pari a pari. Era un raffinato ricercatore delle tecniche antiche, francesi e italiane, e mi incaricò di studiare i supporti dei dipinti di Jacques Louis David. Scoprimmo così i segreti dell’utilizzo della caseina nella preparazione di base. Fino all’ultimo, Balthus mi commissionava grandi tele, anche se non aveva più la forza per dipingerle. Quando morì, in Svizzera, il suo stesso funerale fu un quadro: immaginate, nel biancore della neve, una semplice bara preceduta da un cavallo nero, tenuto alla briglia da una ragazza». Memmo li ha conosciuti tutti, da De Chirico, grande sperimentatore di materiali, a Dalì, fissato con l’essenza di lavanda per diluire i pigmenti, dagli amici Guttuso e Schifano, fino agli artisti della trans-avanguardia, Clemente, Cucchi e Paladino. Tanto genio, ma anche, a volte, dosi massicce di sregolatezza. Il mestiere di “coloraro” è prezioso come quello del consigliere politico o del suggeritore teatrale. Ignorare le proprietà dei materiali può infatti significare, per un pittore, assistere alla morte precoce delle sue opere. Sembra strano, ma oggi sono sempre più i quadri di arte contemporanea, che spesso necessitano di restauri; il disinvolto accostamento di materiali spesso incompatibili tra loro, crea, non di rado, distacchi e gravi deterioramenti. Il rifiuto della tradizione ha, talvolta, i suoi inconvenienti...
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