La guerra al terrore islamista iniziata dopo l’11 settembre è morta e sepolta.
Anche se non è mai stata vinta. È morta il 15 agosto 2021 quando i talebani sono tornati a Kabul chiudendo il fronte più simbolico di quel conflitto. È stata definitivamente sepolta il 10 novembre scorso quando Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il presidente siriano Ahmed Al Sharaa, già capo dei terroristi alqaedisti di Jabhat Al Nusra. Eppure nonostante questa diffusa indifferenza globale la minaccia del terrorismo islamista non è mai tramontata. E - diversamente da 25 anni fa - riguarda marginalmente gli Stati Uniti mentre si fa più pressante in Europa. Per capirne il perché bisogna concentrarsi sulle capacità di reclutamento dei gruppi jihadisti e sulle armi a loro disposizione. Sul fronte del reclutamento le esitazioni di un’Europa ancora lontana dall’adottare le tecniche di controllo e rimpatrio dell’immigrazione illegale adottate dall’Amministrazione Trump giocano a favore dei gruppi terroristi.
Sul fronte delle armi droni e intelligenza artificiali, rappresentano invece strumenti d’inimmaginabile potenza in grado di regalare alle formazioni dell’Islam radicale potenzialità sconosciute rispetto al passato. Ma partiamo dalla capitolazione occidentale. Dal fallimento afghano nascono la rinuncia a combattere il fanatismo jihadista sui suoi territori e l’addio alla pretesa di conquistare cuore e mente delle popolazioni musulmane. Da questa rassegnazione globale nasce la scelta di Donald Trump ad accogliere nello Studio Ovale l’ex-terrorista Al Sharaa. Un strategia basata sulla convinzione di poter anestetizzare le motivazioni ideologiche e religiose dell’ex-nemico grazie alla collaborazione di attori come Turchia e Qatar e al loro ambiguo status di apparenti alleati.
Strategia che non ha impedito alle milizie siriane guidate dagli ex comandanti jihadisti di massacrare la minoranza alawita e quella drusa e di riprendere il controllo dei territori curdi. Ai tentativi americani di farsi amico il terrore si contrappone invece la sostanziale ritirata europea. Una ritirata particolarmente evidente su quei territori africani del Sahel dove l’avanzata dei gruppi legati ad Al Qaeda e Stato Islamico segue le stesse piste dei flussi migratori. Due fenomeni favoriti anche dalla cacciata da Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso delle truppe di una Francia ormai incapace di assolvere al ruolo, in larga parte auto -attribuito, di protettrice del lato sud dell’Europa.
Un vuoto che i paesi europei - fatto salvo l’esempio dell’Italia presente con un contingente militare nel Niger - si sono ben guardati dal riempire. Tutti elementi che ben spiegano perché l’invasione di Ceuta da parte di decine di migliaia di migranti mossisi lungo le stesse direttrici dell’avanzata jihadista abbia generato un così vasto e diffuso allarme.
Ad aggravare la ritirata europea e americana s’aggiunge la sostanziale sottovalutazione delle conseguenze del 7 ottobre e della guerra all’Iran. Sul fronte del pensiero jihadista l’appoggio statunitense a Israele e l’inerzia di un’Europa ridotta a impotente spettatore rappresentano due colpe imperdonabili. Ma anche un formidabile magnete ideologico capace di garantire ai gruppi jihadisti nuovi adepti. D’altra parte la capacità dell’Iran di contrapporsi alla potenza americana ed israeliana usando un arsenale di missili e droni infinitamente meno costoso rafforza la fiducia nell’arma asimmetrica del terrorismo. Soprattutto se alle vecchie strategie propagandistiche usate per sensibilizzare e radicalizzare le terze e quarte generazioni degli islamisti europei s’aggiungono le immagini e le suggestioni di un’intelligenza artificiale capace di rendere più penetrante il messaggio jihadista. E di ripristinare in continuazione messaggi e siti messi fuori legge sui canali internet. Tutto questo mentre i droni, già sperimentati a suo tempo dall’Isis in Iraq e Siria, vengono utilizzati quotidianamente dai militanti jihadisti del Sahel e del bacino del Lago Ciad per colpire le postazioni militari governative. Un vero incubo per la futura sicurezza delle grandi città europee e americane dove manifestazioni, concerti e incontri sportivi rischiano di diventare l’obbiettivo di sciami di droni coordinati dall’intelligenza artificiale. Senza nemmeno più il bisogno di reclutare lupi solitari e attentatori suicidi.
