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Terrorismo

L’aereo e il copilota radicalizzato. “Nell’assalto urlava: uccidetemi!”

Tanti i punti da chiarire sul caos del volo Flydubai che è arrivato a 27 secondi dall’impatto. L’omanita e i messaggi a favore dello sterminio sionista. Rimpallo tra Riad e gli Emirati sull’inchiesta

People carrying Israeli flags gather at the arrivals gate to greet Israeli passengers who had been aboard a FlyDubai aircraft that made an emergency landing in Saudi Arabia, at Ben Gurion International Airport near Tel Aviv, Israel, Wednesday, Sept. 30, 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

L’aereo non è più un aereo. È una scena del crimine sospesa tra tre Paesi, un fascicolo che cambia proprietario, una cabina di pilotaggio trasformata per alcuni minuti in un luogo dove la distanza tra la vita e la morte si misura in piedisecondi e centimetri. E soprattutto è una domanda: che cosa è successo davvero a bordo del volo Flydubai FZ1073?

La risposta, per ora, è fatta di tessere che andranno a comporre il puzzle della verità.

Un pilota indiano ferito a coltellate, un copilota omanita arrestato e di cui non è stata ancora diffusa l’identità, quattro passeggeri israeliani entrati in cabina, un aereo precipitato virtualmente due volte prima di riuscire a risalire, un atterraggio d’emergenza a Tabuk.

E poi le parole: «Uccidetemi!», secondo quanto riferito dal primo ministro israeliano Netanyahu. Una frase che, se confermata dall’inchiesta, trasformerebbe una colluttazione in un tentativo deliberato di suicidio e di strage.

Il comandante Smit Machchhar è vivo. È stato operato in Arabia Saudita, quindi trasferito negli Emirati Arabi.

L’ambasciatore indiano a Abu Dhabi lo ha visitato e lo ha descritto in fase di guarigione e in buone condizioni. La seconda certezza è geografica: l’indagine ha già cominciato a viaggiare. Riad ha raccolto le prime informazioni perché è lì, a Tabuk, che il Boeing è atterrato. Ma la procura emiratina ha aperto una propria commissione d’inchiesta. L’aereo è registrato negli Emirati e, secondo le autorità di Abu Dhabi, la legislazione emiratina si applica anche ai reati commessi a bordo fuori dal territorio nazionale.

Il copilota, dopo gli interrogatori sauditi, dovrebbe dunque essere consegnato agli Emirati. Israele, intanto, vorrebbe portarlo davanti ai propri giudici. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha annunciato l’intenzione di chiederne il trasferimento giudiziario. Il problema è che Israele non dispone di trattati di estradizione né con l’Arabia Saudita né con gli Emirati. Anche la legge, come l’aereo, dovrà trovare una rotta. Del copilota omanita non è ancora stato reso pubblico il nome. È una figura che emerge dalle testimonianze come un negativo fotografico: più si cerca di definirla, più rimane qualche cosa fuori fuoco. Un collega lo ha descritto come un uomo arrivato a Flydubai soltanto otto mesi fa, molto religioso, incline a pregare ripetutamente durante la giornata e a non stringere la mano alle donne. Sono elementi biografici, non prove di un movente. Ma nelle ore successive all’attacco sono diventati parte del mosaico investigativo. Secondo un funzionario israeliano, i suoi account sui social network conterrebbero messaggi contro gli ebrei e riferimenti allo sterminio sionista. Le autorità israeliane ritengono che l’uomo possa essere stato radicalizzato da un’ideologia jihadista e che abbia agito da solo. Non è stato stabilito che vi fosse un’organizzazione dietro di lui, ma tra il sospetto e la prova, in un’inchiesta criminale, c’è la stessa distanza che separava quell’aereo dal deserto saudita. A raccontare quanto sia stata sottile quella distanza sono arrivati anche i dati di volo.

Un’analisi di Flightradar24 rivela che l’aereo sia arrivato a circa 27 secondi dall’impatto.

La versione secondo cui un passeggero sarebbe riuscito a prendere i comandi e a contribuire al recupero dell’aereo è uno dei punti centrali da verificare attraverso i registratori di bordo, le testimonianze e l’analisi tecnica dell’aeromobile. La scatola nera, in questa storia, vale più di cento dichiarazioni politiche.

Rimane poi una domanda apparentemente elementare: come è entrata nella cabina l’arma? Secondo i servizi segreti israeliani, il copilota potrebbe aver portato con sé un coltello, approfittando di procedure di sicurezza diverse da quelle applicate ai passeggeri. Oppure utilizzato un’ascia presente nell’equipaggiamento dell’aereo, dotazione prevista per affrontare situazioni di emergenza.

Nel frattempo, la storia ha prodotto i suoi protagonisti civili. Il presidente israeliano Herzog ha annunciato che proporrà il Premio Presidenziale per l’Eroismo Civile a quattro cittadini israeliani presenti sul volo. Yaniv Hayoun, Tzvika Manes e Asaf Rajuan sarebbero entrati nella cabina e avrebbero contribuito a neutralizzare il copilota. Il quarto, il medico Shota Musayev, avrebbe prestato le prime cure al comandante ferito. In un aereo che rischiava di diventare una macchina per la morte, la sopravvivenza è passata anche attraverso gesti improvvisati: uomini che entrano in una cabina, mani che cercano di fermare un aggressore, qualcuno che assiste un ferito mentre sotto l’aereo c’è il deserto. È il genere di eroismo che nasce senza uniforme e senza un piano.

A Dubai, intanto, la compagnia ha sospeso temporaneamente i collegamenti con Israele. Flydubai arrivava a operare fino a dieci voli quotidiani sulla rotta.

Gli israeliani rimasti negli Emirati dovranno essere riportati a casa con voli organizzati da Israele; agenti dello Shin Bet sono arrivati a Dubai per preparare le operazioni di rimpatrio.

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