Una “banca di investimenti” di diritto londinese, sedi in Spagna e a Torino e una rete di sedicenti consulenti finanziari. Dietro la promessa di rendimenti particolarmente elevati si sarebbe però nascosto un sistema di truffe che, tra il 2021 e il 2023, avrebbe raccolto oltre sei milioni di euro da centinaia di risparmiatori. Una parte del denaro sarebbe poi stata reinvestita dagli indagati nell’acquisto di immobili, terreni e quote societarie. La Guardia di Finanza di Torino, nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica del capoluogo piemontese, ha eseguito un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca, anche per equivalente, di denaro e beni per oltre 1,6 milioni di euro. Il provvedimento, disposto dal gip del Tribunale di Torino, riguarda i principali promotori di un’associazione per delinquere che, secondo l’ipotesi investigativa, era dedita alle truffe nel settore degli investimenti finanziari. Le indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria, coordinate dalla Procura diretta da Giovanni Bombardieri, hanno ricostruito un sistema che avrebbe operato tra il 2021 e il 2023 attraverso una fitta rete di presunti consulenti. Ai risparmiatori sarebbero stati proposti investimenti caratterizzati da rendimenti apparentemente molto elevati, da effettuare attraverso una società presentata come una banca di investimenti specializzata soprattutto in oro e criptovalute. La struttura, secondo quanto ricostruito dalle Fiamme Gialle, sarebbe però stata priva delle autorizzazioni necessarie per operare come intermediario finanziario. Gli investigatori ritengono che gli investimenti prospettati ai clienti non siano mai stati realmente sottoscritti. Dei più di sei milioni di euro raccolti, una parte sarebbe stata utilizzata inizialmente per corrispondere agli stessi investitori somme presentate come interessi maturati. Un meccanismo riconducibile, secondo la Guardia di Finanza, al cosiddetto “schema Ponzi”: il denaro proveniente dai nuovi finanziatori veniva quindi utilizzato per alimentare l’apparenza di rendimenti sugli investimenti precedenti. Per rendere il sistema più credibile e tranquillizzare i clienti, agli investitori venivano inoltre fornite le credenziali per accedere a una piattaforma online. Da lì potevano apparentemente controllare l’andamento del proprio investimento, che secondo gli investigatori era invece fittizio. L’obiettivo sarebbe stato quello di rassicurare le vittime e ritardare il più possibile eventuali richieste di restituzione del capitale. Una parte consistente dei proventi, per oltre 1,6 milioni di euro, sarebbe stata invece impiegata da alcuni degli indagati per acquistare decine di immobili e terreni, oltre a partecipazioni in società italiane. Proprio su queste operazioni si concentra l’ipotesi di autoriciclaggio contestata nell’indagine. Alla luce degli accertamenti, l’autorità giudiziaria ha disposto perquisizioni nei confronti dei principali indagati e il sequestro di denaro, beni mobili registrati e immobili, anche intestati alle società a loro riconducibili, fino a raggiungere il valore del presunto profitto delle operazioni di autoriciclaggio. Alle attività hanno collaborato anche reparti della Guardia di Finanza di Milano e Teramo.

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